Storia di una parola fraintesa: femminicidio

Le tristi vicende di attualità, come la storia di Sara, uccisa e bruciata dall’ex lungo la strada, hanno riportato all’attenzione dei media e dei social il tema del femminicidio, accompagnate come sempre da polemiche riguardo l’uso di questo termine, che, secondo alcuni, risulta cacofonico o addirittura anti-femminista: se si tratta dell’uccisione di una persona ci si domanda perché si debba usare un termine apposta per una donna.

Non sempre ci si sofferma sul peso che le parole hanno nel linguaggio non solo giornalistico/mediatico, ma anche nella vita di tutti i giorni: se la parola non esiste allora non esiste, per la comunità di parlanti, nemmeno il concetto,  per cui prima di decidere se usare o meno questo termine (e quindi se criticarlo) occorre conoscerne la storia.

La causa principale di morte di donne fra i 16 ed i 44 anni, secondo quanto riportato dall’OMS, è l’omicidio da parte di persone conosciute. Questo dato non era noto negli anni Novanta e questa triste realtà fu verificata da alcune criminologhe che decisero di darvi un nome introducendo un termine che distinguesse questi da altri crimini “neutri” inserendo così una categoria criminologica chiamata, appunto “femminicidio”.

femm1

Da studiosa di lingue quale sono, davanti a tutte queste polemiche, ho deciso di ripercorrere la storia di questa parola, per farmi un’idea più precisa e capire meglio cosa vi sia dietro a questo termine e per quale motivo sia così difficile accettare questo neologismo.

La prima citazione del termine la troviamo nel 1801 in un libro satirico inglese, dove “femicide” viene utilizzato per indicare genericamente “ l’uccisione di una donna”  come la condotta di un uomo che induce una donna a perdere la verginità. Successivamente fu usato come opposto ad homicide per indicare l’uccisione di un essere umano di sesso femminile.

Per trovare il termine “femminicide” usato secondo l’accezione moderna dobbiamo aspettare il 1992, quando è stato introdotto dalla criminologa statunitense Diana Russell nel  libro The Politics of woman killing dove, pur non avendo in mano le indagini statistiche che abbiamo noi oggi, nomina così la causa principale di morte di donne  in quanto donne da parte di uomini

Scrive la Russell:

Il concetto di femmicidio si estende aldila’ della definizione giuridica di assassinio ed include quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta l’esito/la conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine.”

“Tutte le società patriarcali hanno usato –e continuano a usare- il femminicidio come forma di punizione e controllo sociale sulle donne”.

Ad uccidere le donne quindi non è solo il singolo uomo, che si è preso il “compito” di punirle per poterle controllare nell’unico modo che riteneva possibile, cioè uccidendole.

 “Femminicidio” è un termine che viene poi ripreso da numerose scienziate ed antropologhe per identificare omicidi di genere di ogni forma (delitto d’onore ecc.).

ciudad juarezNello specifico l’antropologa messicana Marcela Lagarde, rappresentante del femminismo latinoamericano, riprende la parola femminicidio nell’analisi dei fatti di Ciudad Juarez:

Il femminicidio implica norme coercitive, politiche predatorie e modi di convivenza alienanti che, nel loro insieme, costituiscono l’oppressione di genere, e nella loro realizzazione radicale conducono alla eliminazione materiale e simbolica delle donne e al controllo del resto. Per fare in modo che il femminicidio si compia nonostante venga riconosciuto socialmente e senza perciò provocare l’ira sociale, fosse anche della sola maggioranza delle donne, esso richiede una complicità ed un consenso che accetti come validi molteplici principi concatenati tra loro: interpretare i danni subiti dalle donne come se non fossero tali, distorcerne le cause e motivazioni, negarne le conseguenze. Tutto ciò avviene per sottrarre la violenza contro le donne alle sanzioni etiche, giuridiche e giudiziali che invece colpiscono altre forme di violenza, per esonerare chi esegue materialmente la violenza e per lasciare le donne senza ragioni, senza parola, e senza gli strumenti per rimuovere tale violenza. Nel femminicidio c’è volontà, ci sono decisioni e ci sono responsabilità sociali e individuali. 

Marcela Lagarde, Identidades de género y derechos humanos. La construcción de las humana

Nella lingua italiana il termine “femminicidio” viene introdotto solo nel 2001 (prima si usava la parola “uxoricidio”, dal latino “uxor”, che però stava ad indicare l’uccisione del coniuge in generale e non l’uccisione di una donna in quanto donna) ma inizia a diventare di uso comune nel 2008, dopo la pubblicazione del libro di Barbara Spinelli intitolato, appunto, “Femminicidio”.

femm3Un termine che ha nella sua storia studi, dati, lotte e tristi storie di donne uccise viene definito anti-femminista, cosa possibile solo se si ignora tutto quello che vi sta dietro, o peggio ancora se si confonde l’uccisione generica di una donna con l’uccisione di una donna perché donna. Negare la parola significa negare l’esistenza di un fenomeno che è sempre esistito, ma che non è possibile, al giorno d’oggi, continuare a negare dato che, parafrasando un antico proverbio cinese, è impossibile domare un demone se non si ha il coraggio di chiamarlo per nome.

Immagine di Marinella Porcu
Immagine di Marinella Porcu

Jenny 

Grazie a Marinella Porcu per l’immagine di copertina.

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