Qualche punto fermo sul bur*ini

Fine della storia: il Consiglio di Stato francese sospende il divieto all’uso del burkini, ma il sindaco e deputato di centrodestra di Villeneuve-Loubet, uno dei 30 comuni della Costa Azzurra che avevano aderito all’iniziativa, si rifiuta di eseguire la sentenza, promettendo, anzi, di presentare in parlamento una proposta di legge nazionale anti-burquini.

Nel marasma (e miasma) di divieti, dichiarazioni, giudizi, provvedimenti e sanzioni, il pronunciamento di un organo di stato sancisce un “punto fermo”, facendosi largo tra gli sproloqui, le boutade e i tweet di pancia che hanno avvolto la vicenda.

burkini-woman-beachL’ordinanza del sindaco di Cannes datata 28 luglio vietava l’accesso alla spiaggia “a tutte le persone che non hanno un abbigliamento rispettoso della morale e della laicità”. Quindi il coprirsi troppo sarebbe contro la morale… e il farlo troppo poco, vedi topless e tanga? A quanto pare nessun problema se la donna decide di andare in spiaggia “troppo scoperta” (segnalo a latere che nel 2000 una sentenza della Cassazione italiana ha dichiarato lecito il topless in quanto facente parte del “costume sociale”); dopotutto la Marianne –presa recentemente a modello dal premier Valls nella personale battaglia contro “il nuovo totalitarismo islamico”- guida il popolo alla vittoria con i capelli al vento “perché libera” e a seno scoperto “perché nutre il popolo”. Ma il divieto non era mosso da un senso civico del pudore (sia mai!), bensì dalla volontà di impedire che  “un’ostentata appartenenza religiosa”, a pochi giorni dall’attentato di Nizza, creasse problemi di ordine pubblico. Intendeva, infine, colpire un simbolo dell’estremismo religioso, di una “contro società” –ha argomentato Valls- che considera le donne “impudiche, impure” costringendole a coprirsi.

L’attuazione del provvedimento ha portato gli agenti di Cannes a multare tre donne nel weekend di Ferragosto e ad allontanarne sei; a Nizza, invece, sul litorale della tristemente famosa Promenade des Anglais è stata fotografata una donna circondata da tre poliziotti mentre si toglie la tunica celeste che le ricopre i lunghi leggins neri. “Mi hanno umiliata, i miei bambini piangevanoafferma Siam, mamma 34enne che dopo esser stata multata si è allontanata dalla spiaggia. L’intervento è stato apprezzato dai bagnanti, tra i quali non sono mancanti applausi, complimenti alle forze di polizia e grida del tipo: “Tornatene a casa!”.

Il collettivo Osez le femme ha commentato così l’episodio: “con queste misure le donne di confessione musulmana sono le grandi perdenti, vittime di atti di umiliazione, su un fondo di razzismo e sessismo”. Anche l’Onu ha infine condannato il divieto francese ritenendo che “queste scelte non migliorano la situazione della sicurezza e tendono invece ad alimentare l’intolleranza religiosa e la stigmatizzazione delle persone di fede musulmana in Francia, soprattutto le donne”. L’esperto di terrorismo David Thomson si spinge oltre, sostenendo che “le foto di Nizza alimenteranno la propaganda jihadista per anni”.

Agli occhi della sua creatrice, però, il burqini, è un simbolo di emancipazione e lei, Aheda Zanetti, ex casalinga australiana di origine libanese sulla cinquantina, ne ha fatto anche una lauta fonte di guadagno. “L’Australia ha un lifestyle fatto di spiagge, surf, sole e attività sportive. Io ho percepito, quando sono diventata grande, di aver perso una quantità di quelle attività” sostiene Aheda la quale, per evitare che altre donne perdessero l’opportunità di svolgere attività sportive a causa delle restrizioni religiose, ha inventato questa tuta, coprente anche i capelli, di materiale leggero, percepita dalle connazionali quasi come “una seconda pelle”. In undici anni la stilista vanta di aver venduto più di 700mila costumi e quello che colpisce di più è che il bando avrebbe provocato un sensibile aumento delle vendite anche tra donne non musulmane, come per esempio tra le sopravvissute a un tumore della pelle. Un’ipotesi di utilizzo, quella coprente per fini di salute, alla quale sinceramente non avevo pensato e allora mi domando se gli agenti avrebbero potuto/dovuto sanzionare anche una donna di queste. Tecnicamente no, perché non facente parte di quella “contro-società” fondata “notoriamente sulla sottomissione della donna” invocata dal premier francese.

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Che dire, poi, del face-kini (questo sì davvero spaventevole) indossato dalle donne cinesi per proteggere la loro delicata pelle dal sole. Per noi è inimmaginabile che una donna volontariamente indossi una sorta di passamontagna per andare in spiaggia! Ma la cosa, probabilmente, ci strappa più un sorriso per la loro simpatica follia che un ghigno di disappunto. Circa la problematicità dell’applicazione del divieto, una fotografia della BBC ne mostrava ironicamente i limiti:

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Una donna, quindi, ha pensato per le donne a un indumento che permettesse loro una maggiore libertà senza sentirsi a disagio e ne ha fatto pure un affare di marketing; degli uomini, invece, hanno di fatto privato quelle stesse donne della piccola fetta di emancipazione acquisita. Dovrebbe essere assodato, ormai, che l’affermazione per negazione non ha alcuna efficacia: non è vietando il burkini che le donne ritorneranno in spiaggia, non dico con un bikini, ma almeno con un costume intero. Non ci ritorneranno e punto o se lo faranno, indosseranno magari delle gonnellone lunghe,  quelle sì simili a degli “scafandri” che per davvero coprono le forme sinuose del corpo (non dimentichiamoci che il burkini è attillato per cui la femminilità di per sé non è pregiudicata più che ad indossare una tuta aderente) e che causerebbero realmente rischi per la “sicurezza della balneazione”. Non crei inclusione, ma nuove esclusioni, anche provocatorie come il “burkini day” che un’associazione aveva organizzato per il 10 settembre allo Speedwater park nei pressi di Marsiglia. La manifestazione, in seguito annullata, prevedeva l’allontanamento delle donne che volevano indossare un bikini. A questo proposito, Jean Baubérot, fondatore della sociologia della laicità, ha affermato che il no al burkini potenzialmente accresce il senso di esclusione della comunità islamica, stabilendo categorie nette e semplicistiche tra chi sarebbe “amico” e chi  “nemico” della Repubblica, smentite dalla realtà dei fatti (con riferimento alla preghiera comune di cristiani e musulmani nella chiese di Normandia).

Un bel punto fermo vorrei metterlo sul nome burkini o burqini, di cui sempre la stilista australiana rivendica la coniazione, dove una “k” o una “q” sono l’ago della bilancia per rievocare più un burqa o più un bikini. Il fatto è che il bur*ini non è nessuno dei due: il linguaggio stesso, quindi, è fuorviante. Non si tratta, infatti, dell’unione tra un due pezzi che lascia scoperte pancia, gambe e braccia e un burqa che, come accennato di sopra, copre a cilindro il corpo, nascondendo anche il volto. Il bur*ini è, invece, è una tuta aderente che copre il corpo dalle spalle alle gambe unita a un hijab, il velo che lascia ben in mostra il viso e che in Francia non è vietato in nessun luogo (a differenza del burqa e del niqab), e quindi perché dovrebbe iniziare ad esserlo in spiaggia?

È innegabile che la donna musulmana viva ancora forme di odiose sottomissioni patriarcali e che il velo a volte ne sia la forma più tangibile (molto significativa la campagna  del movimento iraniano My stealthy freedom che posta su Facebook immagini di uomini velati accanto alle loro mogli), ma puntare sul burkini non è la soluzione.

La sentenza del Consiglio di Stato francese afferma che il divieto “ha rappresentato una violazione grave e apertamente illegale delle libertà fondamentali, che sono la libertà di movimento, di coscienza e la libertà personale”, aggiungendo che le libertà personali possono essere limitate solo qualora ci fosse un “rischio appurato” per la pubblica sicurezza. A placare gli animi arriva da Marsiglia un video girato sulla Spiaggia del Profeta dove tre ragazze, due in bikini e una in burkini, nuotano l’una accanto all’altra. Sono giovani, sorridenti, ma soprattutto libere nei loro movimenti e dai condizionamenti esterni.

Un equilibrio, una via di mezzo, è possibile e doverosa. Vade retro agli estremismi, ma a quelli di tutti.

Chiara

divisore

Altre fonti: qui, qui

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One comment

  1. liberissime le donne in burkini non lo metto in dubbio, speriamo che le figlie se lo desiderassero possano scoprire mezza caviglia senza essere ripudiate o uccise dai familiari, perchè un indumento carico di senso religioso è diverso da un indumento laico

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