Modelle e anoressia: basta un certificato medico?

In Francia è stata approvata una legge per la quale le modelle che lavorano in quel paese dovranno fornire ai propri datori di lavoro un certificato medico che attesti il loro stato di salute che si baserà non solo sull’indice di massa corporea (IMC) ma su una serie di fattori che includono, oltre all’IMC che avrebbe potuto risultare discriminante dato che da solo non è indice di anoressia, il sesso, l’età, la presenza e regolarità del ciclo mestruale. La legge prevede inoltre vengano indicati eventuali ritocchi alle foto con apposita dicitura e le modelle ed i datori di lavoro che non si adeguano a queste normative rischiano da sanzioni pecuniarie di migliaia di euro fino a tre anni di carcere e si applica sia alle modelle francesi che alle modelle internazionali che vogliano lavorare in Francia.

L’intento è, secondo quanto dichiarato da Oliver Véran, neurologo francese ed ex deputato che ha proposto gli emendamenti di questa legge, non solo quello di combattere l’anoressia dilagante nel mondo della moda, ma di mettere fine a “quello che gli inglesi chiamano Anoressia chic”.

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La notizia è stata accolta con estremo favore da più parti: finalmente non vi saranno più modelli di riferimento scheletrici, viva le donne con le forme, era ora che si facesse una legge del genere.

Quando invece ho letto la notizia, avendo avuto modo di vedere da vicino la malattia e anche il mondo della moda, son rimasta perplessa da più fattori: se l’obiettivo fosse solo quello di tutelare le donne che lavorano nel mondo della moda forse potrei anche essere d’accordo, è una piaga che colpisce molte modelle, che si trovano a dover dimagrire velocemente, per cui in modi spesso del tutto innaturali come abbondante uso di diuretici e diete forzate tutt’altro che sane, pur di non perdere un contratto. Questo non toglie che esistano altre discriminanti che dovrebbero essere prese in considerazione, ma è un primo passo verso una possibile regolamentazione.

Se invece pensiamo che questa legge possa aiutare a diminuire il tasso di anoressia fra le giovani donne iniziano a sorgermi parecchi dubbi: l’anoressia è una malattia estremamente complessa che si basa su fattori che vanno ben al di là della visione di qualche modella magrissima, se la taglia ideale di una modella fosse una 46 l’anoressica si vedrebbe sempre con addosso una 48. Pur non volendo entrare in un discorso prettamente psicologico, che eventualmente lascerei a chi questo lo fa di mestiere, l’anoressia è una negazione del proprio corpo, un rifiuto di crescita, di raggiungere una maturità dal punto di vista fisico e sessuale le cui radici son molto più profonde di un mero disagio dovuto al confronto con un modello scheletrico. Tanto più che non si tratta nemmeno di una malattia moderna: un trattato di medicina del 1696 ne riportava già sintomi ed effetti (ed i canoni di bellezza di allora erano tutt’altro che inclini verso la magrezza eccessiva); freudlo stesso Freud se ne interessò scrivendone nei suoi trattati come di una “malinconia di una sessualità non sviluppata”.

Il discorso può essere ampliato portandosi sul piano del “non è giusto proporre modelli irreali”, dato che le ragazzine si identificano in riferimenti condivisi dalla società. Credo però che questo problema sia decisamente più ampio e non risolvibile con un certificato medico: se la modella deve essere magrissima, ai fini dell’identificazione da parte del pubblico femminile, che differenza fa se ha un certificato medico o meno? E soprattutto mi domando perché il problema si ponga solo per il pubblico femminile, perché le donne debbano sempre essere paragonate (e quindi paragonarsi) a dei modelli di riferimenti irrealistici: la TV e tutti i media riempiono le nostre case e le nostre teste di donne sempre bellissime, sempre in formissima – magari anche due giorni dopo una gravidanza gemellare – , sempre giovani, possibilmente che non dimostrino di essere troppo intelligenti. Se dimostrano di esserlo meglio invece che siano bruttine, che non si sa mai.  Per questo credo che, se non si inizia a lavorare alla base, cioè all’educazione dei giovani ad un consapevole utilizzo dei media, e prima ancora ad un reciproco rispetto che prescinda da modelli preconfezionati, non sarà un certificato medico a risolvere la situazione.

Jenny

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