Stay hungry, stay foolish, be kind

Dopo molto tempo sono ritornata ad acquistare libri per i miei figli. L’inizio della quarantena mi ha come stordito: per diverse settimane non sono riuscita a fare altro che non fosse lavorare in modalità home office e prendermi cura dei bambini. Mi sembrava pochissimo a fronte degli input che la rete ci forniva per sfruttare il tempo a disposizione, ma impastare, fare yoga o decluttering, studiare, dedicarsi agli hobbies per me era impossibile: non riuscivo a sintonizzarmi sulle frequenze interiori; percepivo il pericolo per me e per la mia famiglia, mi tormentavano le preoccupazioni per chi sapevo in fin di vita e che poi purtroppo ci ha lasciato. A ripensarci adesso, lavorare e prendermi cura dell’essenziale (cibo, bambini, igiene e casa) è stato già un gran successo.

Poi qualcosa nella mia testa è scattato e ho iniziato a riprendere i contatti con il fuori, iniziando dalla lettura. La mia libraia di fiducia mi ha messo tra le mani Gentile- Un libro sulla gentilezza di Emme Edizioni che è stata una meravigliosa scoperta. Tra le pagine un caleidoscopio di buone azioni, declinate nelle illustrazioni di 38 autori che invitano a praticare la gentilezza sia verso il prossimo che verso la natura. L’intero ricavato andrà a sostenere Three Peas, un’associazione a sostegno dei migranti fondata da amiche provenienti da diverse parti del mondo.

Inevitabilmente, queste pagine mi hanno fornito lo spunto per pensare a comportamenti gentili messi in atto in questa perentesi pandemica. Tra gli screenshots del telefono ho trovato i colori patriottici del caffè scambiato da due vicini di casa che si protendono dalle finestre in maglia verde e rossa sullo sfondo bianco di una casa e il panaro solidale, un cesto di vimini dove i più bisognosi possono prendere del cibo donato da altri concittadini. Googlando, invece, ho trovato chi ha fabbricato e elargito gratuitamente mascherine altrimenti introvabili, chi lasciava un pasto caldo agli operatori sanitari di ritorno dall’ospedale, volontari condòmini che si offrivano di portare la spesa agli anziani. Che cosa rimarrà di questa gentilezza dopo il Covid-19 è troppo presto per saperlo; l’augurio è che la nuova finestra che si è aperta sul mondo – per quanto a tratti terrificante – ci aiuti a trovare una ridefinizione delle nostre priorità quotidiane: salute, tempo, cura delle relazioni, solidarietà, non necessariamente in quest’ordine. Chissà se daremo priorità a comportamenti gentili anche quando non ci sarà un’emergenza a solleticare la nostra forza di volontà. Perché la gentilezza è come un boomerang che ripaga dello sforzo e della tenacia spese per metterla in pratica e ripara dalle più tetre derive di disfattismo. Quando pensiamo che non c’è niente da fare è perché noi stessi non abbiamo ancora iniziato a fare qualcosa, anche la più piccola.

Bisogna saper aggiungere vita agli anni e avere un pizzico di follia per inventarsi una maratona in solitaria al passo lento, lentissimo di un deambulatore. Bisogna essere predisposti a un’altrettanta dose di sacrificio personale per compiere cento giri intorno al giardino della propria abitazione con l’obiettivo di raccogliere donazioni a favore del servizio sanitario britannico. Captain Tom, veterano di guerra appartenente al reggimento dei “duchi di ferro”, ha dimostrato di che cosa sono capaci quelli ormai troppo vecchi, i falcidiati dal virus, che avranno un pugno di anni ancora da vivere ma che sanno veramente che cosa significhi combattere in prima fila e rischiare la propria vita ogni giorno. Sanno anche che il successo è una trama tessuta dal contributo di ciascuno.

Al netto dell’ampollosa retorica sfoggiata dal governo britannico, la storia di Tom Moore è la rivincita della corporeità fragile e disfunzionale; la dimostrazione che tutti possiamo essere ancora utili, fino agli ultimi anni, se solo diamo vita a quello che ancora siamo capaci di fare.

La sua storia di lentezza e caparbietà, poi, è estremamente tenera e quasi struggente se pensiamo al sacrificio personale e alla responsabilità che deve aver sentito gravare su di sè non appena le persone da tutto il mondo hanno incominciato a “camminare” accanto a lui, sostenendo i suoi passi a suon di donazioni sulla piattaforma  Just Giving. Il traguardo iniziale era mille sterline: ne ha raccolte trenta milioni, coinvolgendo nella sua sfida un milione e duecento mila persone da ogni parte del mondo. In occasione del suo compleanno, il 30 aprile, a obiettivo ampiamente raggiunto, sono arrivati alla Bedford School, l’istituto frequentato dal nipote, centoventicinque mila auguri, un tappeto di lettere che farebbero invidia a Santa Klaus.

È la crescita esponenziale e incontrollabile della generosità, talvolta deflagrante altre volte così leggera eppure così intensa come quella di chi si esercita ostinatamente nell’attesa, senza domandarsi per quanto sarà necessario.

Scrivere per affermare la presenza, seppur nell’indefinitezza delle circostanze. Uno sguardo di-versus, rivolto altrove, in un tempo così dilatato che sembra fermo. Eppur si muove. Diciotto mesi. Nicoletta Villorani, docente universitaria milanese e scrittrice, ogni venerdì ha dedicato sul suo profilo Facebook un post a Silvia Romano. Con il passare del tempo, attorno a quell’appuntamento fisso si è creata una piccola comunità di pazienti attese messe sì a dura prova ma mai scalfite dal silenzio del lungo periodo. “Allora è servito incaponirsi” scrive nell’ultimo post la Villorani e io attendo il prossimo venerdì [15 maggio ndr] che suggellerà la fine del percorso, il duro desiderio di durare, felice di aver imparato ad attendere.

Chiara

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