Pacifismo femminista: intervista ad Antonia Baraldi Sani a cura di Irene Starace

Il 28 Aprile 1915, per la prima volta nella storia, più di 1000 donne provenienti da 12 paesi dell’Europa e dell’America si riuniscono in Olanda all’Aja in un Congresso Internazionale, per opporsi alla 1° Guerra Mondiale in corso. Tra le delegate  all’Aja anche una donna italiana, Rosa Genoni, che sarà molto attiva a Milano. Al termine del Congresso viene istituito il Comitato Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà che, successivamente, nel 1919 si trasforma nella  Women’s International League for Peace and Freedom o WILPF (Lega Internazionale di Donne per la Pace e la Libertà), la prima organizzazione internazionale di donne per la pace che oggi è presente in tutti i continenti. La finalità della WILPF è quella di riunire donne di differenti tendenze politiche e filosofiche che vogliono studiare, far conoscere e aiutare ad abolire le cause politiche, sociali, economiche e psicologiche della guerra, e lavorare per la pace. Ogni anno la WILPF offre tre borse di studio della durata di 11 mesi per giovani donne (21/30 anni) nei campi del Disarmo, dello Sviluppo/Ambiente e dei Diritti Umani.
Nella sua lunga storia annovera tre donne Premi Nobel:
  • Jane Addams, Prima Presidente Internazionale WILPF, Premio Nobel per la Pace 1931;
  • Emily Green Balch, Prima Segretaria Internazionale WILPF, Premio Nobel per la Pace 1946;
  • Rita Levi Montalcini, Socia Onoraria WILPF Italia, Premio Nobel per la Medicina 1986.

Irene ha avuto il piacere di intervistare Antonia Baraldi Sani, ex presidente di WILPF Italia. Di seguito trovate l’intervista.
Buona Lettura!

 Come ti presenteresti alle lettrici del blog?  

«Non sono una “femminista storica”. Ho vissuto gli anni della mia giovinezza tra Ferrara e Bologna dove frequentavo l’Università. Erano gli anni del dopoguerra e c’erano movimenti di donne su opposti fronti: il mondo cattolico e il mondo comunista. La vita politica era molto attiva e divisiva anche per le donne, ma io ero ancora estranea alle lotte femminili. Ero immersa in ricerche di studio, frequentavo le iniziative parrocchiali e in casa mi sembrava normale che le precedenze toccassero ai maschi e che alle ragazze non potessero essere consentite certe “libertà”. Ho trascorso in Germania i primi anni di matrimonio, a Monaco di Baviera, e lì ho toccato con mano cosa significava opporsi a un mondo di consuetudini che il nazismo aveva santificato. Essere antinazista voleva dire anche rivendicare la propria indipendenza dalle tradizioni, essere donne con parità di diritti. Rovesciare il mondo abitudinario mettendosi in prima fila come donne ribelli. Da quel momento ho cominciato a interessarmi alla storia delle donne, a partire da Rosa Luxembourg, da Simone Weil…, dai loro esempi eroici. Ho visitato i campi di sterminio di Dachau, di Auschwitz (avendo la possibilità di passare dalla Germania Ovest alla Germania Est essendo mio marito giornalista), ho raccolto testimonianze di donne sopravvissute che avevano rischiato la vita per difendere i loro ideali. Tornata in Italia, ho pensato che difendere la condizione in cui viveva la maggior parte delle donne doveva essere uno degli obiettivi quotidiani. Più che iscrivermi alle associazioni di donne di sinistra di cui condividevo i programmi e le lotte, ho preferito muovermi nei Comitati di Quartiere che a Roma hanno rappresentato una primavera di impegno nuovo, con una forte presenza femminile, sostenendo le lotte delle donne per  gli Asili Nido, per retribuzioni non inferiori a quelle degli uomini, per l’accesso alle cure sanitarie , per una presenza di donne nelle istituzioni e nei luoghi di lavoro. Infine, la battaglia per una “maternità consapevole” (L.194) e per una legge sulla “violenza contro le donne” che stabilisse il valore della femminilità».

Come e quando hai scoperto il pacifismo femminista?

«Il pacifismo femminista era istanza preda di contestazioni. Gli ideali politici prevalevano anche nella coscienza di noi donne, ed eravamo più disposte a seguire le posizioni dei partiti politici di cui condividevamo gli ideali. La guerra non era bandita. L’esperienza di Aldo Capitini, l’ideatore della “Marcia della Pace- Perugia-Assisi”, che tradusse in azione di popolo la non violenza gandhiana, fu il primo esempio (1961) di lotta per la Pace. Vi parteciparono donne e uomini. Le femministe si battevano contro la violenza sulle donne esercitata su tutto il pianeta dall’altro sesso. Come conciliare questa posizione col “pacifismo”? Il pacifismo era il rifiuto della guerra. Alla guerra le donne si erano adattate, ma la non-violenza e il richiamo alla Pace ha esaltato la natura femminile delle femministe, protese verso la loro indipendenza dal maschio ma non conquistata con le armi. Di questo mi sono resa conto attraverso incontri, letture, soprattutto con l’avvicinamento di donne intorno agli anni ’90, provenienti dalla “Womens International League for Peace and Freedom”- WILPF».

 Qual è la storia della WILPF e qual è la sua situazione oggi? 

«La storia della WILPF è affascinante. L’associazione nasce dal viaggio di 1000 donne provenienti da vari Paesi in guerra che attraverso mille peripezie raggiungevano nel 1915 L’Aja (l’Olanda era neutrale) per gridare ai potenti del mondo il loro NO alla Guerra. L’associazione si formalizza con statuto sottoscritto a Zurigo nel 1919. Nasce così  la “Women’s International League for Peace and Freedom” . La sede, prima negli USA, sarà quasi subito trasferita a Ginevra, dove risiede tuttora. Già nell’intestazione viene definita la ragione della sua esistenza.

“Pace” e ” Libertà”; pace come rifiuto delle armi, libertà non come liberismo economico, ma come autonomia della persona. Ben presto l’associazione si è diffusa su tutti i territori del pianeta, dove continua a mantenere le sue sezioni. Il sito è www.wilpf.org

In Italia, fu negli anni 50 che l’associazione “Madri unite per la pace”, tramite un gruppo di donne strinse rapporti con la WILPF -USA la cui presidente era Jane Addams. Fu allora che l’associazione assunse il nome di WILPF Italia con Maria Baiocco Remiddi.  Nel 1989, a Piacenza, fu rinnovato lo statuto italiano, e da quel momento l’attività riprese a pieno ritmo con le successive presidenze di Ada Donno, Antonia Sani, Patrizia Sterpetti e la presidenza onoraria di Giovanna Pagani.

I Congressi triennali si svolgono in paesi sempre diversi; l’ultimo Congresso (il 32 esimo) si è svolto nel 2018 nel Continente africano, in Ghana, ad Accra, e ha visto la nascita di 19 nuove sezioni sul territorio africano. L’impegno della WILPF è stato sempre quello di rispondere all’obiettivo di realizzare la giustizia sociale in tutti i paesi. L’art.3 dello Statuto sottolinea che ragione dell’associazione è il non favorire i privilegi di pochi ma il soddisfacimento dei bisogni di tutti. Gli incontri tra donne di diverse realtà (paesi del Medio Oriente, dell’Africa, dell’Australia, dell’Asia orientale) sono uno dei punti caratterizzanti la nostra attività. Una coordinatrice europea provvede a fissare scambi e appuntamenti. In questi ultimi tempi l’associazione internazionale è impegnata nella battaglia promossa da ICAN per la proibizione delle armi nucleari. Le sezioni dei principali paesi europei, soprattutto del Nord Europa, sono impegnate contro il Trattato di Non Proliferazione che non deve essere considerato una sorta di deterrenza nelle mani delle potenze con armi nucleari. La WILPF Italia è stata presente a New York nel momento in cui l’ONU approvava il TPAN (Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari). Va ricordato che WILPF- Italia è uno degli 8 Stati insigniti nel 2017 del PREMIO NOBEL per la PACE. Io faccio parte di WILPF Italia dagli inizi degli anni ’90». 

Sei impegnata anche su altri fronti? 

« Sì, oltre all’attività di WILPF Italia, il mio carattere mi porta a entusiasmarmi sempre lungo vie che riguardano altri settori che fanno parte della mia personalità….

Faccio parte dagli anni ’90 dell’Associazione Nazionale “Per la Scuola della Repubblica”, dove insieme   a colleghi e colleghe insegnanti e soggetti di diverse fedi religiose ci siamo battuti e continuiamo a batterci   in primo luogo per la laicità della scuola; Ho fatto parte del “Comitato per la difesa e il rilancio della Costituzione” ora esaurito. Abbiamo condotto   con costituzionalisti e giuristi battaglie per la salvaguardia dei principi costituzionali messi a rischio negli anni ’90. Un nuovo organismo, che forse sostituisce il precedente Comitato, è ART 3 in cui si esaminano   disuguaglianze che rendono ancora oggi inattuato questo Articolo. Attualmente mi sto impegnando contro ” l’autonomia differenziata ” che vede un grandissimo numero di comitati   su tutto il territorio nazionale impegnati a difendere l’unità della Repubblica, “unica” e “indivisibile” come recita la nostra Costituzione, contro qualunque autonomia differenziata. Altro impegno riguarda la Casa Internazionale delle Donne di Roma, dove collaboro nelle diverse pieghe, anche nella battaglia per mantenere la Casa alle organizzazioni di donne cui è stata concessa dal Comune di Roma».

Mi sembra che il femminismo italiano pecchi troppo di eurocentrismo e guardi più alla parità nel mondo così com’è che a cambiarlo. In un’ottica internazionalista, questo vuol dire che superare i pregiudizi nei confronti delle donne immigrate e costruire un percorso di lotta comune diventa molto difficile, o addirittura impossibile. In un’ottica pacifista, questo vuol dire che per il femminismo italiano è più importante avere più donne nelle forze armate che non avere forze armate. Tu cosa ne pensi?  

«Certamente siamo dominati da una visione storica eurocentrica, dalla quale non è semplice uscire. Va però evidenziato che alcuni comitati nel Paese, e addirittura iniziative come quella di carattere nazionale presentata in questi giorni a Roma sotto il nome di “Costituente Terra”, stanno aprendo prospettive nuove, proprio nella direzione non solo dell’accoglienza dei migranti, ma del riconoscimento dei diritti fondamentali a tutti i popoli sulla base di una Costituzione che potrà essere modulata nei vari territori, ma contenere “garanzie” non trasgredibili. Capisco che è un lavoro lungo, ma intanto è stato messo un pilastro, e con la collaborazione di chi ha i medesimi intendimenti, altri pilastri potranno essere messi. Sono convinta che per il “femminismo italiano” (se è possibile definirlo così) non ci devono essere donne nelle forze armate, anzi non ci devono essere neanche le forze armate!».

Irene Starace

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