Il radicalismo delle femministe sudcoreane

Le femministe sudcoreane continuano la loro battaglia formidabile e davvero radicale dicendo “quattro no”: non solo al matrimonio e ai figli, ma anche alle relazioni occasionali con gli uomini (no agli appuntamenti, no al sesso). Fanno bene? Non staranno esagerando? Le mie risposte sono sì alla prima domanda e no alla seconda. 

Molte donne, in tutti i paesi del mondo in cui possono permetterselo, scelgono individualmente la solitudine per gli stessi motivi: la consapevolezza di non potersi fidare degli uomini perché, anche se magari a loro non fanno niente di male, possono averlo fatto o farlo ad altre donne, comprandole per il sesso, guardando una pornografia sempre più violenta o, come succede in Corea, filmandole di nascosto nei bagni; la paura di trovarsi sole e senza difese se il compagno diventa violento; la paura che possa succedere lo stesso ai loro figli, se ne avessero. Insomma, essenzialmente per una sfiducia profonda e più che giustificata nella società patriarcale in cui vivono. Ma fare questa scelta da sole ha sempre un sapore più o meno amaro, di rabbia impotente o di semplice difesa. Farla collettivamente è tutta un’altra cosa: significa sferrare un pugno in faccia a tutta la società patriarcale. Significa gridare forte e chiaro che si sono capite molte cose: che in una società costruita sulla subordinazione delle donne agli uomini l’amore può essere al massimo un’eccezione, che l’insoddisfazione sentimentale o sessuale non dipende da una mancanza propria, ma dall’ingiustizia patriarcale strutturale, che il ricatto “approvazione sociale o solitudine” non è, appunto, altro che un ricatto, e che la complicità delle donne con il sistema che le opprime inizia proprio dal privato (che poi privato non è). Sul piano concreto, significa nientemeno che far crollare la società, perché nessuna società sul pianeta può stare in piedi senza il lavoro di cura delle donne, e se sarà così, sarà il nuovo inizio di cui c’è disperatamente bisogno.

Sono convinta da molto tempo che il futuro del femminismo non sia in Occidente, ma in quei paesi che le donne occidentali non sono solite degnare di attenzione, e il risveglio delle donne sudcoreane, che mi riempie di entusiasmo e di ottimismo, lo conferma, così come la discussione su Facebook da cui ha preso spunto il Ricciocorno Schiattoso per scrivere un post su questo stesso tema. Molte donne italiane, e non solo, si sono ridotte a difendere il loro diritto a scegliere… di rinunciare alla propria libertà e tenere in piedi il sistema che le sfrutta, il che dimostra che sono le prime a sapere di stare obbedendo a mandati patriarcali e di non starci troppo bene: se fossero soddisfatte non avrebbero bisogno di prendersela con chi glielo ricorda. Dimostra anche quanto sia scarsa la coscienza femminista collettiva, dato che il matrimonio è un’istituzione patriarcale. Una volta serviva a garantire la legittimità dei figli, oggi ad assicurare il lavoro di cura gratuito delle donne, una schiavitù e una discriminazione scritte, in Italia, perfino nella Costituzione, quando parla di garantire l’ “essenziale funzione familiare” della donna lavoratrice. Basta ricordarsene per capire che non è un caso, ma il frutto di una precisa volontà politica patriarcale, che le donne lavoratrici con figli facciano una vita d’inferno, senza un minuto per se stesse, e che i mariti lo diano per scontato. Ancora, dimostra quanto sia diventato eccessivo l’individualismo, arrivando a cancellare qualsiasi capacità di guardarsi intorno e collocare le cose che succedono e le scelte (libere o meno che siano) in un contesto collettivo. A loro dico: non abbiate paura di guardare in faccia la realtà, raddrizzate quello che vi sembra storto, e se è possibile non fatelo da sole. 

 

Irene Starace  

2 commenti

  1. E anche finchè una donna italiana (parlo per noi italiane) viene tacciata di essere una puttana perchè decide di andare a letto con molti uomini, mentre un uomo che va a letto con molte donne è solo un figo, mi viene da pensare che abbiamo ancora mooolta strada da fare

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