Il Cammino di Santiago in joëlette

Il 20 Dicembre scorso il Premio “Pietro Bulloni 2019” del Comune di Brescia è stato consegnato ai volontari del Club Alpino Italiano- sottosezione di Gavardo per l’altruismo e solidarietà mostrati verso due amiche, Chiara e Vanessa, che avevano un sogno: percorrere il Cammino di Santiago. Così, venti  volontari si sono alternati per trasportare le due ragazze in Joelette, una carrozzina di invenzione francese che consente la mobilità sui terreni più difficili e accidentati.  Abbiamo avuto il piacere di porre delle domande a Chiara, di seguito trovate la nostra intervista.

Buona Lettura!

 Pina & Chiara

Cara Chiara, in tanti hanno già parlato della vostra avventura e la conoscenza con te mi consente di affrontare anche temi collaterali sulla percezione della disabilità. Senza mancare di rispetto o peccare di sufficienza ma solo per parlare sulla base di esempi concreti, ti riporto questo articolo https://www.sfidapercambiare.it/cammino-di-santiago-joelette/ dove si parla (singolarmente su un sito chiamato Sfida per cambiare) di ragazze (veramente) “speciali”, eroismo, amore con la A maiuscola, commozione… Questa narrazione ti appartiene? Che cosa dovrebbe cambiare nel nostro linguaggio e quindi nel nostro pensiero sulla percezione della disabilità? Quali sono, inoltre, gli aggettivi giusti per descrivere il vostro sogno? Ha davvero i contorni di un’impresa (eroica)? Come l’avete vissuto voi e come invece viene per lo più percepito? 

«Affronto innanzitutto la questione linguistica. Nell’articolo che citi ti posso garantire che l’aggettivo “speciale” non è connesso alla condizione di disabilità. La persona che l’ha scritto temo (per lei) sia seriamente convinta del fatto che io e Vanessa siamo speciali, come persone. La commozione citata, nel momento dell’incontro nei boschi, invece è stata reale. E non perché due disabili si incontravano e finivano un’impresa, ma perché due amiche raggiungevano insieme la meta, ove il sogno si sarebbe potuto dire in tutto e per tutto realizzato: Plaza Do Obradoiro e la magnifica cattedrale di Santiago. Il mio cammino avrebbe dovuto concludersi a Grañon, piccolo paesino de La Rioja, invece, previo accordo assolutamente segreto, con il capogruppo, dopo il primo rientro a casa, sono tornata per arrivare con Vanessa a Santiago e poi all’oceano. Capisci che la commozione del resto dei pellegrini, colti di sorpresa, non poteva non essere vera! Sono stata spesso definita “speciale” per ragioni connesse alla disabilità. Frasi come “sorridi sempre nonostante i tuoi problemi, sei proprio speciale” sono all’ordine del giorno. Fino a poco tempo fa mi concentravo molto su quell’ aggettivo, “speciale” e mi dava parecchio fastidio. Un giorno mi sono imbattuta in questa citazione di Alda Merini “La normalità è un concetto di chi è privo di fantasia”. Ho subito pensato: “La fantasia non mi è mai mancata, quindi il concetto di normalità non mi appartiene. E se non sono “normale”, allora sono “speciale” come un po’ tutti!” Piuttosto di quella frase ora mi indispone particolarmente la parola “problemi”. La disabilità dovrebbe essere vista semplicemente come una condizione: qualcosa in più con cui dover fare quotidianamente i conti, ma che non preclude niente a priori e non ha bisogno di soluzioni, ma di supporti. Il cammino mi è stato sicuramente di grande aiuto per mutare e correggere la mia visione. Lo definirei come un’avventura all’insegna dell’autenticità, della condivisione e dell’amore. Ripensandoci i connotati dell’impresa ci sono, i volontari però, (spesso definiti “angeli”, ma che io, da amante dello spagnolo, preferisco chiamare semplicemente “hombres)”, non hanno mai vestito i panni degli “eroi”, ma, anche nei momenti di maggiore difficoltà, hanno vissuto il tutto con naturalezza, come se fare 1000 km a piedi, portando la joëlette e rinunciando alle classiche vacanze estive, fosse del tutto naturale».

Quando hai comunicato il progetto quali emozioni hai percepito maggiormente intorno a te (famiglia, amici e altre comunità)? Timore, diffidenza, stupore, compassione…

«Ti posso dire la prima stranezza del cammino: quando è arrivata la proposta di Vanessa che mi ha chiesto di affrontare la prima parte del cammino perché per via del lavoro non le era possibile assentarsi per un mese intero, ho subito accettato senza consultazioni. Una volta assicurati i biglietti del volo ne ho parlato in famiglia ed insieme allo stupore è ovviamente sorta un po’ di preoccupazione, che si è dissolta solo quando sono rientrata (per la prima volta…) vista la mia gioia per l’esperienza vissuta. I miei timori principali prima della partenza invece erano quelli di non trovarmi bene col gruppo, poiché non conoscevo nessuno e di avere difficoltà nella gestione della quotidianità, ma dal primo giorno ho capito che potevo liberarmi da ogni dubbio. Mi sono sentita subito a mio agio e grazie all’aiuto degli “hombres” e di Roberta che mi accompagnava, sono riuscita a organizzarmi al meglio».

Quali e quante barriere sentite di aver abbattuto? E quali valori avete toccato con mano?

«Nella mia testa sicuramente si è infranto il muro della rassegnazione. Ho sempre pensato che ci fossero cose che non avrei mai potuto fare. Santiago ha cancellato questa convinzione. Tutto è possibile con le persone giuste. I valori percepiti come ho scritto prima per me sono autenticità, amore e condivisione, oltre a un personale profondo senso di libertà».

Parlaci dei preparativi: fondi, scelta percorso, reclutamento volontari (qualche giovane amico?), alloggio negli ostelli… Come avete affrontato gli imprevisti? 

«I volontari sono per l’appunto “hombres” non proprio nella fase della giovinezza, per la maggior parte pensionati, che già fanno parte de “Il sentiero di Cinzia”. Si tratta di un gruppo interno al C.A.I. di Gavardo (BS), che proprio con la joëlette accompagna persone con disabilità in montagna. Io ho preso parte al progetto quando si era già avviata la raccolta fondi tramite la ricerca di sponsor, da parte di Vanessa e del gruppo. Il cammino scelto era quello classico, quello francese, da Saint Jean Pied de Port a Santiago, per più di 800 km e poi oltre fino a Muxia e Finisterre. I valorosi volontari si sarebbero alternati a seconda delle disponibilità per spingere la joëlette e avrebbero percorso l’intero percorso a piedi, da veri pellegrini. Avevamo una macchina d’appoggio per ogni necessità e soggiornavamo nei famosi “albergues”. Prenotavamo gli ostelli giorno per giorno, cammin facendo, in base alla tappa che avevamo fatto e a quella che avevamo programmato per il giorno dopo, consultando internet o una guida che riporta anche i percorsi adatti alle carrozzine, ma che abbiamo sfogliato solo per gli alloggi, optando sempre per il sentiero classico. Cercavamo di scegliere gli ostelli anche in base all’accessibilità, ma non sempre era possibile. Ricordo in particolare una tappa: per tutto il pomeriggio abbiamo, o per meglio dire hanno, camminato sotto il sole cocente e quando ci sembrava di intravedere la meta, ecco l’inghippo: l’ostello dove avremmo trascorso la notte si trovava in cima a una lunga e ripidissima salita. E non valeva neppure la fatica fatta per raggiungerlo! La struttura era sì accessibile, ma non molto accogliente. In occasioni come queste va sfoggiato tutto lo spirito di adattamento possibile, ma i volontari si sarebbero sicuramenti meritati un ristoro migliore!».

Parlando di stereotipi e disabilità: quali sono i più odiosi, quelli più precostruiti? Questo viaggio ha contribuito a vincerli? Quali sono le principali motivazioni che vi hanno spinto verso il Cammino?

«Ce ne sono diversi. Giocando con le parole, mi viene subito in mente questo: di solito sono i disabili ad essere concepiti come “angeli”. Per fortuna lungo tutto il cammino questa etichetta è toccata ai volontari! Ho già detto che con il cammino sono crollati un po’ di muri e un po’ di blocchi psicologici. L’ho intrapreso con la volontà di vivere un pellegrinaggio, ma anche un’avventura. Sono tornata a casa cambiata, più ricca e con una “segunda familia” pronta a supportarmi e a credere in me, anche quando sono io stessa a non crederci più. Penso che gli stereotipi siano dettati dall’ignoranza e per quanto ritenga necessario impegnarsi per combatterla penso sia altrettanto importante focalizzarsi su chi invece non ne nutre nemmeno uno, ma si rapporta con noi come con qualunque altra persona e ci vuole bene anche quando siamo più “diablitos” che “angelitos”»

Ho parlato con gente che ha affrontato il Cammino di Santiago, e mi è sempre stato detto che è un’esperienza profonda, che ti cambia la vita e, soprattutto, cambia il modo di vedere le cose. Tu cosa ne pensi a riguardo? Ti senti diversa dopo questa esperienza? Se sì, come? Da un punto di vista umano, da un punto di vista spirituale o da entrambi?

«Lo slogan mio e di Vanessa alla fine del cammino è stato “el camino te cambia”. Quindi la risposta è sì. Sono assolutamente d’accordo. Il ritorno a casa è stato complesso. Rientrare nella routine quotidiana, per quanto comoda, non è stato immediato. E’ cambiato il mio modo di essere. Sono più diretta, più concreta, più determinata e più consapevole delle mie possibilità. Sembrano tutte caratteristiche positive, ma la loro attuazione è difficile. Ho più difficoltà nelle relazioni interpersonali, non tutti accettano il cambiamento e non tutti neppure se ne capacitano. Se prima ero più accomodante e tranquilla ora sento il desiderio di emergere ed è difficile trovare supporto, visto anche il mio “bel caratterino”. Anche il mio modo di vivere la fede è cambiato. “Sopravvissuta” alle porte chiuse di tutte le chiese dei paesini, ora sento più il bisogno di una fede fondata sui fatti e meno sulle parole. Bella impresa pure questa!».

Fare il Cammino di Santiago significa anche mettersi alla prova e, forse, conoscere meglio se stessi, poiché si vivono situazioni- fisiche e mentali- probabilmente mai provate prima. Cosa hai scoperto di te? 

«Beh… di fatica fisica io proprio non ne ho fatta. Una volta scoperto che riesco ad adattarmi anche agli ambienti nuovi e non proprio super confort, le mie difficoltà per così dire materiali si sono esaurite.  Devo ammettere che, anche se non abbiamo vissuto in un castello, io e Vanessa siamo sempre state trattate come principesse, che infatti è diventato un nostro nuovo soprannome. Ho scoperto che so mettermi in gioco anche in situazioni un po’ fuori dall’ordinario e che questo, oltre ad essere una mia capacità, è una mia necessità. Uscire dagli schemi può essere un toccasana! È diventato fondamentale anche prendermi gioco di me stessa. Ho sempre ricorso all’ironia per affrontare la quotidianità, ma le risate fatte in cammino sono incomparabili (anche i pianti… ma è un’altra storia!)».

Credo che per affrontare il Cammino di Santiago ci voglia molta forza d’animo, soprattutto nel momento in cui si hanno difficoltà legate a delle disabilità fisiche. Quando i giornali parlano di ciò, tendono ad usare toni sensazionalistici. Pensi che sia un tipo di comunicazione sbagliata? Se sì, perché? 

«Eccolo un altro stereotipo sulla persona con disabilità: o è un angelo, creatura asessuata che non si arrabbia mai e sorride sempre o è un eroe.  Ecco no. Ho fatto Santiago, ma non sono Wonder Woman. Mi sarebbe piaciuto vivere questa esperienza. Pensavo che non ne avrei mai avuto la possibilità. È nato un progetto. Ho aderito a una proposta. Ho fatto il cammino, anche più di quanto pensavo, grazie a delle persone stupende, che hanno fatto una gran cosa, ma sono lavoratori, genitori e nonni. Non eroi. Non è una storia da Marvel, ma di bella umanità».

Fare il Cammino di Santiago, oltre ad essere un’esperienza puramente mistica, mette in contatto con diverse persone, che probabilmente non si incontreranno più nel proprio percorso. E per quanto un pellegrinaggio possa essere associato a un qualcosa di positivo, che dovrebbe cacciare solo del buono da chi lo intraprende, credo che sia inevitabile incontrare persone non del tutto positive. La vostra esperienza chi vi ha portato ad incontrare? Quali sono stati i gesti di solidarietà che avete vissuto? E quali quelli di egoismo?

«Difficile incontrare gesti di egoismo sul cammino. Noi non abbiamo allargato molto il gruppo con nuove conoscenze. Eravamo già numerosi! Spesso venivamo accostati da pellegrini che chiedevano informazioni sulla joëlette e se potevano scattarci una foto. Pochi hanno dato supporto agli “hombres”, ma era anche difficile tenere il nostro passo! Mi piace pensare che i nostri scatti e le informazioni raccolte potranno portare sul cammino qualche altro pellegrino su carrozza monoruota!».

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