Un tuffo nel mondo della danza: intervista a Mary Garret

Mariafrancesca Garritano, in arte Mary Garret, è una ballerina classica italiana che, in seguito ad alcune dichiarazioni pubbliche, è stata licenziata dal Teatro alla Scala. Ci sono voluti due anni di contenzioso per stabilire che il licenziamento fosse illegittimo, e altri due per rientrare effettivamente al suo posto di lavoro. Mary è anche autrice del libro “La verità, vi prego, sulla danza!”.

Foto di Daniela Rende

Abbiamo avuto il piacere di porle delle domande, di seguito trovate la nostra intervista:

In passato hai avuto il coraggio di denunciare l’anoressia nel mondo della danza, per questo motivo sei anche stata licenziata. Hai parlato di questa tua vicenda nel libro “La verità, vi prego, sulla danza”. Ti va di raccontarci la vicenda? Cosa ti ha spinto a denunciare? C’è stato un episodio in particolare che ti ha fatto scattare la scintilla?

«La vicenda è solo frutto di un malinteso che però ha fatto emergere cose molto significative, non fosse altro per le reazioni che ci sono state. Il mio libro non parla assolutamente di anoressia, anche se racconto alcuni episodi legati alla questione “Corpo”, tema molto delicato nel nostro ambiente. Chi ha letto il libro dopo il “grande scandalo” dice che è innocuo ma vero.  Ciò che ha portato il Teatro a licenziarmi è stato il titolo di un articolo su un giornale molto famoso “The Observer”, che è il domenicale del The Guardian.

Foto copertina di Daniela Rende

L’articolo riportava una mia intervista sui temi del libro: la questione fu posta dal giornalista sotto forma di domanda prendendo in esame una statistica medica mondiale che dimostra come 1 danzatrice su 5 si ammala di anoressia ed io ho solo confermato che quel dato corrisponde a verità secondo la mia personale esperienza. Il titolo però virgolettò la frase come se io avessi detto che alla Scala 1 danzatrice su 5 è anoressica. Queste non furono assolutamente le mie parole e persino il giornalista si scusò con me dicendomi che non era lui l’artefice del titolo.  Ho tentato in tutti i modi di dimostrare le mie ragioni, ma ci sono voluti 2 anni di contenzioso per stabilire che il Licenziamento fosse illegittimo, e altri 2 per rientrare effettivamente al mio posto di lavoro».

Un gesto come il tuo è stato, senza alcun dubbio, di grande coraggio. Hai ricevuto solidarietà, in seguito alle tue dichiarazioni, da parte dei tuoi colleghi? Ti hanno aiutata nella tua battaglia? Hai subito critiche? Se sì, quali?

«Non pensavo fosse un gesto di coraggio perché non immaginavo reazioni così dure nei confronti di un tema tanto delicato. Soffrire di disturbi alimentari non significa essere uno che ammazza la gente e deve andare in galera! Il mondo della danza invece si è chiuso a riccio ed ha chiuso me fuori dalla porta. Si sono impegnati tutti nel cercare di allontanarmi da ogni contesto di alto livello, quasi come se io fossi un pericolo pubblico. Pochissimi sono stati i colleghi che mi hanno sostenuta e pochissime le personalità della danza che hanno voluto esporsi in mio favore. La maggior parte dichiarava, anche pubblicamente, che le mie parole erano solo un modo per farmi pubblicità».

Ti sei sentita tradita dalla passione a cui hai donato la tua vita?

«Dalla danza no… dall’ambiente si».

La solitudine della ballerina: dalla scalata per diventare solista fino alla solitudine generata dalla vicenda.

«Solo oggi a distanza di tempo mi rendo conto del male gratuito che ho ricevuto e di come la mia carriera sia stata interrotta bruscamente. Ti insegnano a fare sempre del tuo meglio per dare un contributo in questa nostra società, e quando ci provi ecco che ti ritrovi solo contro tutti. E’ stata tanta la solitudine  in questa battaglia e credo di essere stata usata da chi, attraverso la mia storia e la mia persona, cercava di avere visibilità e fare carriera. Alcuni ci sono riusciti e poi sono spariti».

In Italia i bambini e le bambine vengono indirizzati principalmente al calcio e alla danza. Questi stereotipi di genere sono stati a mio avviso in parte scalfiti grazie al fallimento della Nazionale che ha permesso di far conoscere a tutti l’esistenza dell’altra Nazionale (femminile) e di mostrare il calcio per quello che può essere per tutti: un sport da praticare senza distinzioni di sesso. Ti domando, quindi, se all’interno della danza esistono discriminazioni maschili. Un bambino che si avvicina alla danza, soprattutto classica, è ancora discriminato, nonostante la risonanza che ha avuto Bolle con gli ultimi spettacoli in TV e iniziative di sensibilizzazione per la danza? E il problema dei disturbi alimentari è vissuto anche dai ballerini? I ballerini – un pò come i modelli uomini – rischiano una doppia discriminazione per il fatto di vivere in un ambiente femminile dove il focus è sulle donne?

«I ballerini maschi saranno sempre visti con occhi diversi, purtroppo gli esempi che abbiamo non sono tanti, né forti e convincenti come si pensa, e la nostra società vive di stereotipi.  I disturbi alimentari colpiscono tutti indistintamente, ce ne sono svariate sfumature, basta pensare alla vigoressia che pare sia molto diffusa nelle palestre e che abbia maggiore visibilità tra le persone di sesso maschile, per quanto io creda che il fenomeno vigoressia sia anche al femminile. L’ossessione per i muscoli, i corpi vigorosi, oppure per il cibo sano (ortoressia) sono solo alcune delle mille sfaccettature dei DCA».

Anche il calcio praticato dai pulcini ha mostrato il lato più pericoloso di sè: gli attacchi sono esterni e provengono dai genitori che alle partite rovinano il clima di sana competizione esultando per la vittoria o sbraitando per la sconfitta. Qualcosa di simile, ma con attacchi interni, intrinsechi al mondo dello sport, accade anche nella danza? I genitori dovrebbero essere informati sulla pericolosità degli ambienti (a partire da quale livello) frequentati dai loro figli?

«Alcuni genitori sono peggio degli ambienti stessi, perché ne conoscono la pericolosità e le dinamiche ma fanno finta di niente pur di vedere i propri figli arrivare in alto. Oggi che sono genitore anche io ho molta paura degli sbagli che farò, ma soprattutto delle ripercussioni che mia figlia potrebbe avere in futuro perché come madre non posso mentire su come stanno le cose e non la inciterò di certo alla competizione».

Pensi che la tua battaglia sia servita a qualcosa? La situazione, secondo te, è migliorata? Com’è, oggi, il mondo della danza? Ho letto sulla tua pagina FB l’intervista di ELLE a una ballerina, tale A.B. la quale sostiene che le ballerine non abbiamo tempo per mangiare. Il fatto che la giornalista e la rivista non abbiano avuto alcuna remora nel pubblicare tale dichiarazione significa, a mio avviso, che la strada per la sensibilizzazione è ancora lunga.

«Sinceramente all’inizio pensavo che fosse servito a qualcosa, forse lo speravo. Oggi so che non è servito a nulla. Il fenomeno è sempre occultato e anche il solo fatto di parlarne a volte viene visto come qualcosa di “fastidioso,  superato, inutile”… Non so se mi spiego».

Una sentenza della Cassazione ha ritenuto ingiusto il licenziamento della direzione artistica nei tuoi confronti. Come hai accolto la notizia?

«La Cassazione ha solo confermato ciò che la Corte d’Appello aveva già deciso. Purtroppo però ho dovuto aspettare la Suprema Corte per ricevere la convocazione a lavoro e questo mi ha resa felice, sì, ma per una vittoria a metà».

Oggi come porti avanti questa tua lotta?

«Oggi non aderisco alle iniziative di alcuna Associazione che si occupa di questi temi, nel corso del tempo ho capito che molti mi avevano solo usata perché sotto i riflettori. Però rispondo volentieri alle persone che vogliono ancora parlare della mia vicenda, del mio libro e della lotta ai DCA. Ho aiutato ragazze nella stesura di tesi di laurea sul tema, ho rilasciato interviste a persone come voi, nel mio piccolo continuo a dare un contributo quando posso».

Attualmente fai della sensibilizzazione nelle scuole? Sei ospite in iniziative per la danza?

«Al momento anche questa mia attività di sensibilizzazione si è fermata perché sono diventata mamma da 9 mesi e quindi ho dovuto declinare diversi inviti. Erano comunque diminuiti nel tempo perché, forse, certi temi non andavano più di moda…!».

Quale consiglio ti senti di dare ad un giovane o una giovane che vuole avvicinarsi al mondo della danza? Quali i sono i pericoli e i sacrifici che potrebbero incontrare e affrontare? Quali invece, le emozioni che potrebbero vivere?

«L’unico consiglio che ho sempre dato, e che ritroverete in moltissime altre interviste, è quello di non perdere mai la propria dignità di esseri umani. La danza ti accompagna finché il corpo non dice basta, poi restano i ricordi, l’esperienza e la propria dignità con cui fare i conti allo specchio. Cedere a qualche subdolo compromesso, mettere a rischio la propria salute fisica e mentale per ottenere un ruolo sul palco può rinvigorire il Curriculum, ma non il proprio spirito. Meglio un ruolo in meno, una danza sana e la gioia di poter dire che non ci si è persi lungo il cammino».

Pina & Chiara

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