Le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive dappertutto [Recensione]

Ute Ehrhardt, nata e cresciuta a Kassel in Germania, è psicologa, psicoterapeuta e impegnata nel movimento femminista. È autrice, tra gli altri, del bestseller mondiale, poi diventato fenomeno di costume, «Le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive dappertutto», pubblicato da Corbaccio in Italia, dove ha avuto una straordinaria accoglienza di stampa e di pubblico.

Di cosa parla il libro?

Le donne hanno le carte in regola. Sono attrezzate per raggiungere gli uomini in tutti i settori più importanti della vita e anche per conquistare una chiara superiorità. Ma per raggiungere questo obiettivo occorre superare il muro di resistenze che frenano la loro energia: la paura dell’indipendenza, la paura dell’insuccesso, il peso della responsabilità, il timore di non essere più amate e l’eterna paura di essere sfruttate. Non esiste una formula indolore e anche le donne più sicure possono ricadere negli schemi tradizionali di sottomissione, dai quali liberarsi risulta poi molto difficile. In questo libro, Ute Ehrhardt, la psicologa tedesca che per prima ha affrontato il tema delle “cattive ragazze”, propone una strada possibile. Un percorso doloroso, certo, ma necessario, costellato di esempi e testimonianze, per conquistare una profonda consapevolezza di sé, del proprio valore e delle proprie aspirazioni. Soltanto attraverso un’attenta analisi dei perché educativi e sociali, che hanno condizionato e condizionano le donne, è possibile interrompere il circolo vizioso che le porta ancora oggi ad assumere ruoli di secondo piano nel lavoro o nelle relazioni. Soltanto smettendo di essere “brave ragazze” si può diventare donne vere, vincenti.

Di primo acchito, leggendo il titolo e guardando di sfuggita la copertina, potrebbe sembrare di avere fra le mani il classico manuale banale stile Falli soffrire: gli uomini preferiscono le stronze, ma non è così.  Ute nel suo libro non incita le donne a essere cattive, ma a spogliarsi di tutti i ruoli e i modi di fare che vengono inculcati come dogmi sin dalla tenera infanzia. Propone situazioni e spiega quali sono i meccanismi che scattano nelle teste bombardate da stereotipi e convenzioni sociali che pretendono determinati comportamenti. Uno dei problemi fondamentali che viene messo in evidenza è l’educazione, di come spesso le donne vengano represse da questa e di come, per essere considerate “brave ragazze” tante perdano l’opportunità di fare carriera, per esempio: spesso si tende a essere eccessivamente empatiche e troppo disposte ad accettare i problemi degli altri e a farli propri, ad agire nell’ombra evitando di mettersi in mostra, a essere troppo disponibili e accettare compromessi che vanno a ledere la propria persona. Le donne spesso si sottovalutano, addossandosi colpe che non hanno, senza tenere in considerazione che a volte la colpa non è loro, bensì delle circostanze.

È necessario scoprire il proprio valore e riconoscere il proprio rendimento per liberarsi dalla sindrome di Cenerentola.

Le donne purtroppo hanno imparato a farsi belle con modestia, e Ute mette in evidenza i tanti atteggiamenti che spesso quest’ultime hanno e che le portano ad agire come delle subordinate anche quando non lo sono per niente. Tendono ad attribuire i propri successi e la propria bravura a cause esterne, invece l’insuccesso rimane attaccato all’immagine negativa di sé.

Una catena che mantiene molte schiave è, come già detto, l’educazione, che spinge a mettere le esigenze degli altri davanti le proprie creando delle vere e proprie trappole. Ute individua le seguenti:

  1. La trappola della comprensione: la donna tende sempre a giustificare determinati atteggiamenti. Capire diventa sinonimo di perdonare, tollerare e sopportare con indulgenza.
  2. La trappola della disponibilità: rendersi utili per ottenere la dedizione e l’attenzione altrui.
  3. La trappola del sacrificio: qui ritroviamo tutte le donne che sperano di “comprare” la felicità della famiglia con la propria infelicità. Queste donne soffrono di una totale abnegazione, rivestono un ruolo di vittima e rinunciano all’autorevolezza.
  4. La trappola della modestia: la rinuncia ai propri desideri e alle proprie esigenze è vista come una delle massime virtù.
  5. La trappola della compassione: la donna si identifica con la vittima, crede di essere l’unica a portare la salvezza. La responsabilità di colui che gode della compassione viene quasi del tutto eliminata.

Le donne, per riuscire a evitare di finire all’interno di uno di questi calderoni, dovrebbero cercare di mettere in gioco la così detta solidarietà femminile, stare una accanto all’altra, consigliarsi e aiutarsi al fine di superare insieme i momenti difficili.

Bisogna, inoltre, imparare a dire di no in maniera consapevole, questo è il primo passo per riuscire a liberarsi dal ruolo della brava ragazza. Questa, che viene considerata a tutti gli effetti una capacità, permette di respingere anche una pretesa ragionevole senza rimorsi di coscienza, senza rovinarsi l’umore per il resto della giornata. È necessario saper dire di no anche a una cara amica, altrimenti il cambiamento è soltanto esteriore.

Il fine ultimo non è essere amate, ma spesso si dimentica poiché viene considerata come una priorità indispensabile.

La persona che ambisce soltanto ad accontentare tutti non è più in grado di percepire la vicinanza o il legame sociale. È ossessionata dalla paura di perdere e non riesce più a provare la gioia della convivenza sociale. Solo un rapporto equilibrato può arrivare molto lontano. La dipendenza dai genitori, dai mariti, dai compagni di vita, dai superiori invece è un’escalation. Alla fine ci si ritrova sul serio a non saper più badare a se stesse. Non si è più in grado di prendere decisioni da sole, di mantenersi, di compilare un assegno, di sporgere una querela in tribunale.

Quanto può essere pericoloso un sorriso? Ebbene sì, quello che a volte usiamo in un momento di imbarazzo può essere un’arma a doppio taglio poiché, in base alla situazione che stiamo vivendo, è il segnale per capire se esiste il pericolo di una sottomissione in atto. La stessa cosa vale per lo sguardo: in molte esprime meglio di qualsiasi parola la predisposizione alla sottomissione, rispecchiando una vita interiore schiva e timorosa. A tutto ciò si aggiungono anche frasi e\o imprecazioni che una donna non dovrebbe dire mai, l’avere un abbigliamento che non metta in mostra il proprio corpo e una postura che non lasci passare messaggi ambigui.

Il problema però nasce nel momento in cui la donna viene meno a questa sottomissione, poiché un comportamento diverso da quello che dovrebbe avere “la brava ragazza” viene interpretato come un tentativo di approccio sessuale o sintomo di aggressività.  Insomma: sii bella, cara, dolce e invisibile.

Ute individua anche una serie di rinunce, dove la più attuale è la rinuncia all’intellettualità, ovvero quando la donna definisce se stessa in base all’aspetto fisico.

Tutte le donne che rinunciano con il sorriso sulle labbra ad esprimere con chiarezza le proprie idee, a porre le esigenze con energia, tutte le donne che sperano con un tocco di raffinatezza di ottenere tutto ciò a cui non osano aspirare direttamente, distruggono il rispetto per se stesse. Sotterrano la loro posizione sociale e ritardano il processo di parificazione tra i sessi. Non serve a niente possedere qualcosa sulla carta e poi non servirsene. A prima vista questa potrebbe sembrare un’affermazione esagerata. Come può l’abnegazione delle donne danneggiare la parità dei diritti tra i sessi? Purtroppo la parità tra i sessi viene ostacolata da due parti. Da un lato gli uomini sono restii a cedere lo scettro, dall’altro le donne non reclamano più potere.

Lo stile dell’autrice è molto scorrevole e, quest’ultima, dà ampio spazio a esempi e spiegazioni, non si limita a fornire solo teoria.

Il libro è uscito nel lontano ’94 ( anno più, anno meno… non si capisce bene) e alcune delle situazioni descritte possono risultare un po’ datate, ma i concetti espressi sono comunque molto attuali. Ute Ehrhardt, a differenza di altri autori che si sono erti a esperti conoscitori dell’autodeterminazione femminile, lancia diversi messaggi e invita le donne a volersi bene e a rispettarsi, a non addossarsi colpe che non hanno, a riconoscere la propria bravura, a non essere sempre disponibili, a non cadere vittime di trappole emotive e di non rinunciare mai a essere se stesse. Il titolo potrebbe essere forviante, ma possiede tante sfaccettature che lo rendono pertinente al contenuto del libro. La società vuole che la donna, affinché sia accettata, rispetti determinati canoni, comportamenti e aspetti: deve essere mansueta, amorevole, dedita alla famiglia, capace di sacrificarsi… insomma, deve mettere da parte se stessa per gli altri. Non rispettare questi diktat la fa cadere inevitabilmente nel calderone delle cattive ragazze, ma tante volte finirci dentro non è un male, anzi… vuol dire volersi bene.

Un libro da leggere e fare proprio.

Lo consiglio?

Certo che sì.

 

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3 commenti

  1. L’ha ribloggato su donnenellastoria by Paola Chiricoe ha commentato:
    Un libro da leggere anche se datato, ma con messaggi attuali.
    Il titolo potrebbe essere forviante, ma possiede tante sfaccettature che lo rendono pertinente al contenuto del libro. La società vuole che la donna, affinché sia accettata, rispetti determinati canoni, comportamenti e aspetti: deve essere mansueta, amorevole, dedita alla famiglia, capace di sacrificarsi… insomma, deve mettere da parte se stessa per gli altri. Non rispettare questi diktat la fa cadere inevitabilmente nel calderone delle cattive ragazze, ma tante volte finirci dentro non è un male, anzi… vuol dire volersi bene.

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