La cicala dell’ottavo giorno di Mitsuyo Kakuta [Recensione]

Mitsuyo Kakuta, La cicala dell’ottavo giorno, traduzione di Gianluca Coci, Vicenza, Neri Pozza, 2014, 400 pp, € 18,00.

Di cosa parla il libro

Kiwako, una giovane donna costretta ad abortire dall’amante sposato e rimasta sterile, rapisce la figlia di sei mesi di lui, Erina, e le fa da madre fino a che non viene scoperta e arrestata, tre anni e mezzo dopo. Nel frattempo si rifugia alla Casa degli Angeli, una comunità sede di una setta religiosa fondata e composta da donne in difficoltà, e poi, quando la polizia comincia ad interessarsi alle attività della setta, sull’ isoletta di Shōdoshima. Un anno dopo, una foto pubblicata su un giornale mette la polizia sulle sue tracce. Viene arrestata ed Erina è restituita alla sua famiglia. Diciassette anni dopo, Erina incontra Chigusa, un’ amica del tempo in cui viveva alla Casa degli Angeli, che ha scritto un libro su questo tema e ora vuole ritrovare lei. Erina ha una relazione con un uomo sposato, come Kiwako prima di lei, e poco dopo l’incontro con Chigusa scopre di essere incinta. A differenza di Kiwako, però, trova la forza di interrompere la relazione e di decidere di crescere il suo bambino da sola, e grazie all’incontro con Chigusa, comincia a liberarsi delle sofferenze che non l’hanno mai abbandonata. Decisa a recuperare il suo passato, va con lei a Shōdoshima. Nel porto di Okayama, dove si prende il traghetto per l’isola, incontrano Kiwako, ma non si riconoscono.

Recensione

La cicala dell’ottavo giorno, vincitore del premio Chūōkōron e da cui sono stati tratti un film e una serie, è un romanzo che va contro le aspettative dei lettori: la rapitrice è la buona, i genitori della bambina sono i cattivi. Kiwako può rapire la bambina perché sua madre la lascia sola tutte le mattine per accompagnare il marito alla stazione, e non chiude la porta a chiave. Vorrebbe solo darle un’occhiata, ma quando la bambina le sorride sente un enorme affetto per lei, ed è disposta a stravolgere tutta la sua vita pur di non lasciarla mai. Erina (che Kiwako chiama Kaoru, come avrebbe voluto chiamare suo figlio o sua figlia) si sente rapita quando la restituiscono alla sua vera famiglia. Sull’isola di Shōdoshima aveva una madre che si prendeva cura amorosamente di lei, amici, sicurezza e tranquillità, ma a Tōkyō trova una madre che trascura lei, l’altra figlia e la casa e soffre di terribili sbalzi d’umore, e un padre indifferente. La circostanza del suo sequestro fa sì che sia tenuta ai margini dagli altri bambini, ma capisce che la sua famiglia sarebbe stata comunque così, indipendentemente da quello che le è successo. Si abitua ad essere emarginata e se ne difende cercando lei stessa la solitudine. Solo Chigusa, grazie al fatto di aver condiviso una parte del suo passato, riesce a rompere il suo isolamento e ad aiutarla.

Questo libro è un romanzo al femminile, non solo perché è stato scritto da una donna, ma perché i personaggi maschili sono negativi o marginali. Questo non vuol dire che il mondo femminile che descrive sia idillico, tutt’altro: alla Casa degli Angeli c’è una precisa gerarchia e le donne che non si adattano ad obbedire senza discutere sono costrette subdolamente ad andarsene. Kiwako dice: “A volte questo posto mi dà i brividi perché tutte sembrano indossare una maschera, sempre”. Inoltre, vengono descritte numerose relazioni madre-figlia, ma sono quasi tutte negative. L’esempio estremo è quello di Erina e di sua madre, ma ce ne sono molti altri. L’unica madre che vive per la figlia e dà tutto per lei (ricambiata, finché vivono insieme) è Kiwako, e questo ci porta al tema fondamentale del libro: la relazione madre-figlio al di fuori del legame biologico.

Chigusa, che si offre di aiutare Erina a crescere il suo bambino, ricorda che alla Casa degli Angeli il legame madre-figlia era visto (insieme a molte altre cose, come l’appartenenza di genere) come un peso da cui liberarsi, per cui le bambine erano cresciute da tutte le donne della comunità, e lo trova una cosa positiva. Mentre le donne della generazione di sua madre e di Kiwako avevano subìto il proprio destino, le più giovani cercano di fare delle scelte consapevoli.

La cicala dell’ottavo giorno che dà il titolo al romanzo è un tipo di cicala che vive sette anni sottoterra e quando ne esce vive solo sette giorni. La cicala che è vissuta fino all’ottavo giorno e oltre è Kiwako, che dopo essere uscita dal carcere si è spostata molte volte, finché non decide di andare a vivere a Okayama per nostalgia di Shōdoshima. Tuttavia, un blocco le ha sempre impedito di prendere il traghetto per l’isola. E’ ironico che quando incontra Erina non la riconosca: Chigusa le dice che l’ha riconosciuta subito perché non è cambiata per niente, nonostante siano passati diciott’anni, ma Kiwako si è così abituata a fissare donne giovani, sperando che una di loro possa essere la sua Kaoru, che distoglie subito gli occhi. Eppure succede lo stesso qualcosa, che lascia aperto uno spiraglio di speranza.       

Irene Starace

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