Fatima Ibrahim, la femminista rivoluzionaria sudanese

Articolo di Nazanin Armanian, pubblicato in Publico
Traduzione di Irene Starace

Dopo 70 anni di appassionante lotta per il socialismo, Fatima Ibrahim, una delle pioniere del femminismo in Africa, ci ha lasciato il 12 agosto, a 84 anni.

Fatima fu una delle attiviste dei diritti delle donne più precoci del Vicino Oriente. Nipote dell’ imam di una moschea, figlia di una laureata e di un maestro di scuola, fondò a 14 anni, mentre studiava al liceo, l’Associazione delle Donne Intellettuali, e organizzò il primo sciopero delle donne in Sudan, contro la decisione dell’ amministrazione di eliminare le materie scientifiche e sostituirle con “Lavori domestici”  e “Materie della famiglia”. Il suo paese, allora chiamato “Sudan Anglo-Egiziano”, si trovava inoltre sotto il controllo dei colonialisti britannici, e lei e le sue compagne dovettero combattere simultaneamente su vari fronti.

Dopo che finì il liceo, suo padre, un fanatico, le impedì di studiare all’ università (nonostante fosse stata ammessa) forse pensando che così avrebbe potuto contenere la sua sovversiva figlia. E lei cosa fece? Si iscrisse al Partito Comunista Sudanese. A 19 anni, il PCS, che fu all’ avanguardia dei partiti sudanesi nell’ accogliere le donne nelle sue fila, le diede l’ opportunità di essere la voce delle proposte per la liberazione delle donne sudanesi che avrebbero rivoluzionato l’ Africa: il diritto al voto e alla partecipazione al potere, la parità di salario e di accesso all’ insegnamento, cambiare la legge sulla famiglia e sradicare la crudele pratica dell’ ablazione. Le sue rivendicazioni si scontrarono in pieno non solo con la destra politica al governo, ma anche con la destra fondamentalista del Fronte dell’ Impegno Islamico (Habihat El-methaiq elaslami), che voleva installare una teocrazia, un sistema sempre medievale.

Nel 1952, Fatima fondò con altre compagne l’ Unione delle Donne Sudanesi, e, comprendendo  che una trasformazione sociale è impossibile senza una potente pubblicazione progressista, diede vita alla rivista Voce delle Donne (Sawat al-Maraa). Gli sforzi del popolo ebbero qualche ricompensa: nel 1965 Fatima divenne la prima deputata donna del parlamento sudanese, e dal suo seggio richiese il diritto al voto per le donne, la fine dei matrimoni infantili e forzati, e la parità di salario. Così, quando Jaafar al-Numeiri prese il potere nel 1969 con l’appoggio del PCS, intraprese alcune riforme di taglio socialista, come l’ approvazione di leggi che garantivano i diritti delle donne alla partecipazione politica, e l’abolizione di altre leggi, come quella che costringeva le mogli a tornare con i mariti che le maltrattavano. Fu allora che cominciarono ad apparire donne avvocato, medico e maestre. Quello stesso anno gli Ufficiali Liberi libici, agli ordini del colonnello Muhammar al Gheddafi, presero il potere e instaurarono il “socialismo arabo-islamico”, e insieme alla distribuzione giusta di pane, sanità e alloggi, stabilirono l’istruzione gratuita e obbligatoria per entrambi i sessi e facilitarono l’ingresso delle donne in tutti i campi loro vietati.

L’ inizio del declino del Sudan

La svolta a destra di Nemeiri e la trasformazione del suo governo in una dittatura provocò proteste cittadine di massa e un colpo di stato fallito da parte del PCS il 19 luglio del 1971. Fatima fu arrestata e suo marito, il dirigente sindacale Alshafi Ahmed Elshikh, fu fermato, torturato e ucciso insieme a centinaia di comunisti, civili e militari. Fatima, dopo aver passato quattro mesi in prigione, fu messa agli arresti domiciliari, fino a che, dopo il colpo di stato del 1991 perpetrato da Omar al-Bashir, del Fronte Islamico Nazionale (un partito di destra fondamentalista), fu liberata grazie alla solidarietà internazionale, riuscendo a rifugiarsi in Gran Bretagna.

Il regime di Bashir completò l’attacco ai diritti dei cittadini e alle conquiste femministe, ottenute dopo duri anni di lotta, e impose un nuovo diritto di famiglia che ristabiliva il dominio dell’ uomo, obbligava le donne a portare l’ hiyab, a chiedere permesso al padre o al marito per viaggiare, e le escludeva dalle posizioni pubbliche. Come parte della sua propaganda politica, la dittatura di Bashir accusò le femministe veterane nella lotta anticolonialista di essere “occidentalizzate e traviate” e ”moralmente corrotte”, che volevano distruggere le sacre tradizioni sudanesi e contaminare le virtuose donne della “comunità”. L’ oscurantismo religioso tacciò di “bianco” e “imperialista” il femminismo (la dottrina dell’ universalità dei diritti umani delle donne), con il fine di impedire il progresso e mantenere la struttura tribal-misogina del suo sistema politico.

Il femminismo di Fatima sfidò ogni tipo di violenza esercitata contro le donne, il razzismo, l’ odio e  il maltrattamento che le tradizioni perpetuano sotto le norme e le pratiche religiose, e recuperò i valori positivi della cultura sudanese.

Una volta in esilio, Fatima fondò la sezione inglese dell’ Unione delle Donne Sudanesi, nel 1991, e diresse la Federazione Democratica Internazionale delle Donne.

Fatima ebbe la fortuna di poter tornare nella sua terra nel 2005, grazie alla pressione internazionale, che costrinse la dittatura militar-religiosa di Bashir a iniziare un processo di riconciliazione nazionale. Occupò un seggio nel parlamento rappresentando il PCS. La presenza delle donne nella direzione delle organizzazioni della società civile sudanese è tale che perfino i partiti religiosi si vantano di contare su donne (integraliste) nelle loro fila, come nel caso di Sara Nogd Alla, la segretaria politica del Partito Umma.

Nel 2007, Fatima si ritirò dalla prima linea, consegnando il testimone alla nuova generazione di uomini e di donne, perché continuassero a costruire un mondo degno.

Oggi, la situazione è peggiorata 

Da quando il Sudan è stato smembrato, nel 2011, nell’ambito del progetto statunitense del Nuovo Vicino Oriente, la regione del sud vive una delle crisi umanitarie più gravi del mondo, causata dall’ intervento delle potenze mondiali e regionali, alla ricerca delle sue riserve di idrocarburi. Gli Stati Uniti hanno spezzato la Repubblica Islamica del Sudan (RIS), creando il Sud Sudan, che include il 75% del petrolio del RIS e grandi risorse minerarie, già sotto il controllo delle grandi compagnie straniere.

Nel frattempo, i soldati e le bande armate patrocinate da diversi stati hanno distrutto la vita di milioni di sudanesi: quasi 3 milioni e mezzo sono fuggiti dalle loro case; 7 milioni e mezzo (il 45% della popolazione) affrontano una carestia estrema, e decine di migliaia, malattie come il colera o il tifo, causate dall’ ingestione di acqua contaminata. Migliaia di donne e bambine sono state violentate collettivamente e aggredite sessualmente con bastoni e oggetti appuntiti (perfino davanti ai loro figli e familiari), subendo terribili lesioni fisiche e danni psicologici. Molte delle sopravvissute a questa barbarie, inoltre, sono state rifiutate dai mariti e dalle famiglie perché il loro maledetto “onore” era stato macchiato.

Fatima ha realizzato il suo ultimo atto di ribellione contro la guerra e la dittatura nel suo funerale, celebrato a Khartoum con un’ affluenza di migliaia di persone: le donne presenti hanno cacciato il Primo Ministro e altre alte cariche opportuniste del governo in quanto criminali e ipocriti.

Arrivederci, compagna!

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