Come faceva Boko Haram a sapere chi sequestrare? [Traduzione di Irene Starace]

Articolo di Raquel Rosario Sánchez
pubblicato in Tribuna Feminista
Traduzione di Irene Starace

Non guardi me, che io non le risponderò. Ci pensi e mi risponda lei, come ha fatto Boko Haram a sapere chi sequestrare? Come fanno i datori di lavoro a sapere chi pagare meno? Come fanno le  macroeconomie a sapere a chi dare i lavori meno remunerati? Come fanno gli uomini a sapere chi molestare in strada? Come fanno le imprese farmaceutiche a sapere chi discriminare negli  studi clinici quando producono nuove medicine? Come fanno le famiglie a sapere su chi scaricare tutto il peso del lavoro di cura? Come fanno i musei a sapere quali artisti devono essere i più importanti e quali quelle sottorappresentate? Come fanno le famiglie in situazione economica precaria a sapere quali bambini nutrire di meno? Come fanno le persone nell’ ambiente lavorativo a sapere chi interrompere  di più?

No, no… a me non interessa che si affretti a leggere il mio articolo. Si prenda il suo tempo! Io voglio che lei rifletta veramente. Lavoriamo supponendo che lei conosca la storia di quello che ha fatto Boko Haram, l’organizzazione paramilitare il cui centro si trova nel nord-est della Nigeria, alcuni anni fa, nella comunità di Chibok. Come riuscirono i guerriglieri di quell’ organizzazione terroristica a identificare chi sequestrare nell’ aprile del 2014? Le persone sequestrate furono 276. Chi erano?

Bene. Ora, fermiamoci ad analizzare.

Circa quattro mesi fa mi sono trasferita da Santo Domingo all’Inghilterra. Sono venuta a fare un dottorato in Genere e Violenza con un centro di ricerca specializzato nel tema. Quando mi sono trasferita, è nata una dinamica interessante tra me e il mio nuovo padrone di casa: lui non voleva sapere che io ero una donna.

Si riferiva a me come alla “persona” e diceva che io ero “qualcuno”. Nella pratica questo si traduceva in conversazioni come la seguente: “Ti chiamo dopo, che ho qui una persona che vuole sapere come arrivare all’ ospedale” e “Qualcuno davanti a me vuole sapere se hai visto un pacco lungo”. Io ho saputo immediatamente di che si trattava, ma siccome mi ero appena trasferita, l’ ultima cosa di cui avevo bisogno era un dibattito politico su di un tema spinoso con il mio nuovo padrone di casa. Così ho deciso di non dire niente e di fare di tutto ciò un esercizio sociologico: “Vediamo quanto tempo va avanti questo tipo a fingere di non sapere che sono una donna”.

Il retroscena è che la settimana prima del mio arrivo, si era celebrata la settimana della diversità di un collettivo. Questo implica conferenze e orientamento in cui si insegnano alla popolazione le buone pratiche per una convivenza piacevole e nel rispetto dei diritti umani di tutti. Questo lavoro è importantissimo e urgente, ma alcune di queste idee devono essere analizzate nei dettagli.

Vedete, al mio padrone di casa avevano detto che se avesse usato il pronome sbagliato (cioè, se nei nostri dialoghi lui avesse dato per scontato che io sono una “lei” ed io mi fossi offesa per quest’errore) avrebbe potuto danneggiare gravemente molte persone e aumentare inavvertitamente alti tassi di suicidio. L’argomentazione sensata è che queste statistiche così popolari sono state messe in discussione da diverse persone (femministe e non), perché hanno dimostrato che si stanno distorcendo dati per manipolare emozionalmente l’ opinione pubblica. Ma il mio padrone di casa, come tutte le persone buone e oneste, non voleva entrare in una polemica. Se gli hanno detto che la cosa migliore è far finta di ignorare il sesso delle persone con cui si confronta nella vita quotidiana, lo fa, così come lo farebbe qualsiasi persona ben intenzionata. Inoltre, le statistiche mostrate da alcuni di questi laboratori di orientamento causano molto panico, e la cosa più probabile è che lui, come la stragrande maggioranza delle persone, non volesse diventare un omicida colposo. Così aveva a che fare con me quasi tutti i giorni, facendo finta che io (Raquel, quella con i capelli afro e mega-fianchi), fossi un essere etereo e astratto.

Finché un giorno, due settimane dopo esserci conosciuti, si rese conto all’improvviso che io sono una lei… Vi giuro che non gli ho detto niente né ho insinuato niente! Stavo sempre zitta o facevo finta di niente perché mi interessava sapere quanto tempo avrebbe continuato così. “La donna dell’ appartamento C dice che il riscaldamento non funziona”, diceva ora al suo collega, o “lei dice di essersi persa di nuovo nell’ autobus”, e io lì, ad aprire gli occhi con aria sorpresa.

Passate queste interessantissime due settimane, abbiamo parlato nel modo più normale, con me che cercavo di nascondere la mia malizia ogni volta che lui si riferiva a me come a una donna e usava pronomi femminili. Ma poi, con il passare dei giorni, ho cominciato a riflettere. Mi sono resa conto che quello che per me era stato un affascinante esperimento sociale, in realtà rappresentava un’ idea parecchio misogina. Forse per me fa lo stesso che mi chiamino in un modo o in un altro, e onestamente, la cosa più probabile è che, con l’affanno del trasloco, semplicemente non avessi lo spazio emozionale per analizzare alcunché. Ma la realtà è che, per la stragrande maggioranza delle donne, e specialmente per le più vulnerabili, in tutto il mondo, questo tema non è affatto una decisione personale, ma una camicia di forza che molte volte si trasforma in violenza e morte.

Voi credete che i guerriglieri chiedessero a ognuna delle 276 bambine e adolescenti sequestrate se volevano essere trattate come donne? Parliamo chiaro: le hanno sequestrate per violentarle ripetutamente e perché gli partorissero figli. Accedere ai loro corpi di donne è stato una parte fondamentale dell’ atto terrorista, come lo è in ogni conflitto armato, in cui il sesso biologico delle donne e delle bambine è usato come un’ arma di guerra contro di loro. Cosa ancora più importante, credete davvero che tutta questa storia del sesso e del genere sia una questione di identità personali basate su sentimenti interni? Perché se fosse così, questo significherebbe che sono state loro a decidere di identificarsi con una classe sociale che sapevano che avrebbe implicato essere violentate e aggredite per mesi, anni, forse per tutta la vita…

Solo il formulare questa replica mi provoca una tremenda repulsione. Allora perché la sinistra pseudo-progressista sta promuovendo questo discorso come buono, valido e legittimo?

Compagne, quando e in che sistema di dominio la classe che opprime chiede alla persona oppressa se si identifica con la sua oppressione? In che testa può stare l’idea che al patriarcato importa che io voglia o non voglia essere parte di tutto questo? Questo è il quid dell’ oppressione: che le tue rinunce non servono a nulla.

Lei dirà, sì, va bene, ma in realtà questo tema si applica solo a un numero molto ridotto di persone. Ah,non mi dica! Perché io posso inviarle facilmente vari progetti di legge e leggi approvate in diversi paesi, che stabiliscono che questa drastica distorsione della concettualizzazione femminista di sesso e genere dev’ essere la norma universale per tutti. A parte il fatto che, se questo tema dovesse riguardare solo un gruppo ridotto di persone (il che sarebbe un proposito perfettamente legittimo e che io appoggio al 100%), allora perché il mio padrone di casa (così come l’infinità di persone che assistono a queste conferenze) è stato costretto per mezzo di una manipolazione emozionale allucinante ad ignorare il sesso di tutte le persone con cui ha a che fare?

In questo momento, stanno obbligando noi donne ad adottare questi mantra, e attenzione se disobbediamo agli ordini delle nostre superiori, perché se ci azzardiamo a metterli molto in discussione, ci accusano di cose brutte su internet. E questo nel migliore dei casi! Se va peggio ti mandano minacce violente e organizzano campagne di diffamazione. Nel peggiore dei casi, ti possono fare causa per reati di opinione. Quando hanno mandato un uomo in tribunale per aver usato epiteti misogini contro una donna? Se lo facessimo, stimo che un quarto della popolazione maschile sarebbe in carcere. E’ così difficile ottenere una sentenza per violenza fisica contro la donna, ma per ignoranza sui pronomi si finisce senz’altro sul banco degli imputati… Che strano, mi chiedo come mai.

Questo tema comporta implicazioni pratiche e filosofiche insidiose. Come dice il titolo di quest’ articolo: se sosteniamo che attualmente viviamo in un mondo “dove non vediamo né sesso né genere”, allora come distingue il patriarcato, oggigiorno, chi opprimere?

“Il genere è una scelta, o il genere è un ruolo, o il genere è una costruzione che possiamo metterci nello stesso modo in cui ci mettiamo i vestiti la mattina. Esiste ‘qualcuno’ prima di questo genere, qualcuno che va all’armadio del genere e decide deliberatamente quale genere vuole essere oggi”, argomenta la profetessa oscurantista Judith Butler nel suo libro Questione di genere: il femminismo e la sovversione dell’identità. Se il genere è semplicemente qualcosa che possiamo metterci e toglierci a capriccio o come se fosse un vestito (è importante ricordare che secondo Butler non esiste nessuna distinzione tra sesso e genere, giacché ritiene questo punto “irrilevante”), perché le donne e le bambine non si tolgono semplicemente la loro oppressione e non la lasciano per terra, così come ci togliamo i jeans e i panties? Se tutto questo è così facile, che aspettiamo?

Beh, Butler si chiede proprio questo, compagna!

Scrive la filosofa Susan Cox per Feminist Current:

“Contrariamente alle femministe della seconda ondata, che sostenevano che le donne dovevano unirsi collettivamente sotto l’egida del femminismo, la teorica queer Judith Butler si pronuncia per la ‘disidentificazione’ come atto politico progressista. Nell’anno 1993, Butler sostenne che le donne devono ‘disidentificarsi collettivamente’ dagli altri membri del sesso femminile per sovvertire (queer) così la categoria del sesso in sé. Più di 20 anni dopo, la visione di Butler ha dato frutti in modo sconcertante, dato che molte donne proclamano con orgoglio di non avere niente in comune con altre donne”.

L’ analisi di Cox cerca di problematizzare l’ idea che noi donne dovremmo dichiararci “non-binarie” (e di questo parleremo in un altro articolo), ma la sua cornice teorica si applica anche al contesto della riduzione di tutto a identificazioni (e disidentificazioni) personali.

Detto qui tra noi, io mi vergogno per Butler, che si è costruita una carriera sulla base di tutta questa faccenda, e non è mai arrivata a capire cos’è il sesso, cos’è il genere e come funziona l’ oppressione nel patriarcato. Forse la sua popolarità è una metafora il cui simbolismo cerca di fare un commento sociale sui problemi del movimento attuale… Qualcosa di simile ad una performance che è durata vari decenni.

La domanda è: in questa visione postmodernista che sostengono Butler e altri teorici del nichilismo di sinistra, che fine fanno le donne e le bambine senza altra scelta che continuare ad essere parte di questo ruolo così passé (“essere donna”) in un patriarcato? Beh, che se ne vadano al diavolo, dato che l’ importante è che tu, personalmente, ti disidentifichi. Forse loro meritano tutte le discriminazioni e le violenze distribuite gratuitamente da questo sistema di oppressione, perché, secondo questa corrente di pensiero, sono abbastanza stupide per continuare a identificarsi come donne, pur sapendo benissimo che il patriarcato onnipresente le detesta. Non vedono che la soluzione a tutto questo è “disidentificarsi”? Francamente, quanto sono ottuse?

Sto facendo dell’ironia (come ben sanno i miei lettori), e ho deciso che continuerò a trattare con il mio disprezzo più meschino qualsiasi idea misogina che pretenda di camuffarsi da femminista.

Risulta estremamente importante mettere in evidenza che, sotto questa visione neoliberista della giustizia sociale, le strutture e i sistemi di oppressione rimangono intatti. Si ignora completamente il lavoro arduo e ingrato di lavorare nelle comunità per abolire le mutilazioni genitali femminili. I decenni in cui si è fatta informazione sull’importanza dell’ aborto sicuro e libero da costrizioni diventano insignificanti. Non si menziona nemmeno quel lavoro traumatizzante e poco redditizio che è fare ricerca sulla violenza sessista. Perché sprecare la vita in una battaglia eterna nei parlamenti, cercando di creare politiche pubbliche che mettano fine  alla discriminazione salariale, quando possiamo occupare facilmente il nostro tempo cercando l’ elisir dell’ empowerment individualista? Bisogna essere matta da legare per essere femminista: qualsiasi persona sana di mente si accorge che è meglio e più facile essere postmodernista!

Questa visione del genere disconnessa dalla realtà materiale che opprime le donne e le bambine, può fiorire solo nella mente di persone che non si sono mai trovate nella posizione di una donna violentata sul posto di lavoro, sotto la minaccia del licenziamento. Né di chi è stata obbligata ad abortire. Né di chi da bambina è stata nutrita meno dei suoi fratellini maschi e di conseguenza, ora soffre gli effetti di una malnutrizione perpetua. Non sorgerebbe mai nella mente di una donna vittima di tratta che va per il nono prostituitore [uno dei termini usati dal femminismo spagnolo al posto di “cliente”] prima delle sei del pomeriggio. Questa visione inclemente non sorgerebbe neanche nella mente della donna che in questo momento sta morendo in casa sua, da sola, perché quando è andata dal medico presentava sintomi che gli esimi specialisti non hanno saputo riconoscere, perché negli studi clinici (che sono realizzati in grande maggioranza sugli uomini), non hanno tenuto in conto che la biologia delle donne è differente, e l’hanno rimandata a casa accusandola di “somatizzare” la malattia che finirà per ucciderla. Butler e i suoi fanatici nichilisti se ne possono andare dritti a fare in culo per il danno che stanno arrecando al movimento femminista e per la crudeltà elitaria con cui disprezzano le donne che soffrono di più in questo maledetto patriarcato, generando sempre più confusione politica, caos ideologico e pratiche di oppressione insospettate, sulla base di un discorso illogico (e perfino stupido) che si traveste da “avanzato” e che ha l’obiettivo di farci retrocedere di mille anni.

Facciamo una pausa, che ho dato in escandescenze.

Perché queste idee che possiamo far finta di non sapere e di non riconoscere il sesso delle persone sono così popolari? Perché al patriarcato piacciono moltissimo. Quanto sarebbe facile tutta questa storia del femminismo se il problema fosse solo semantico, e se l’ oppressione fosse solo la metafora di un vestito che mi metto e mi tolgo. Queste idee attraggono con ragione tanta gente giovane: rappresentano uno stratagemma intelligente, sempre che non si pensi molto, e sembra che molta gente abbia deciso deliberatamente di smettere di pensare per appoggiare questa cattiveria sessista. Se le sue implicazioni non fossero così macabre, io arriverei a congratularmi e a mandare fiori a chi l’ha proposta, per il loro labirintico groviglio discorsivo.

Perché macabre? Perché, mentre io e lei dobbiamo perdere tempo ed energia a formulare repliche e a cercare di contenere il danno che rappresenterebbero queste idee per le garanzie che noi donne e bambine abbiamo ottenuto con molto sforzo, il patriarcato non ha mai avuto problemi a identificarci. Gli aggressori, i terroristi, i prostituitori, i molestatori, i trafficanti, gli stupratori, i femminicidi, e i maschilisti in generale l’hanno sempre saputo.

Il Nord globale, immerso nel suo imperialismo multiforme, esporta queste idee misogine ignorando che i suoi paesi sono pieni di donne e bambine vulnerabilizzate, che possono facilmente far notare che non hanno preso nessuna “decisione deliberata”, ma le ignora, e per di più alza la posta, obbligando il Sud globale a questa visione semplicistica, sapendo che molta gente ci cascherà senza fare domande, accettando che sono teorie all’avanguardia.

Al patriarcato non importa né quello che pensiamo, né quello che sentiamo, né come ci identifichiamo noi donne e bambine. Non glien’è mai importato.

E’ questo il punto.

Raquel Rosario Sánchez è specialista in studi della donna, di genere e sessualità e scrittrice

Articoli correlati

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.