La storia di Genji di Murasaki Shikibu [Recensione]

Murasaki Shikibu, La storia di Genji, a cura di Maria Teresa Orsi, Torino, Einaudi, 2012, 1437 pp., € 90, 00.

Nel periodo Heian (794-1185) il Giappone conobbe una straordinaria fioritura della letteratura femminile, dovuta a molti fattori. Il principale fu sicuramente quello linguistico: gli uomini scrivevano in cinese, le donne in giapponese nella nuova scrittura fonetica, un bilinguismo paragonabile alla distinzione tra il latino e le lingue volgari nel Medioevo. Altri fattori furono l’appartenenza delle scrittrici alla media aristocrazia, una posizione che dava loro la possibilità di osservare con distacco il mondo dorato della Corte in cui prestavano servizio, la loro grande cultura e l’indipendenza materiale di cui godevano, grazie alle leggi dell’epoca, molto favorevoli alle donne soprattutto negli aspetti economici.

Furono queste circostanze ad aiutare la nascita di questo monumentale libro, il capolavoro insuperato della letteratura giapponese. Appartiene al genere dei monogatari (letteralmente, “raccontare cose”), in bilico tra la poesia e la narrativa, che all’epoca della sua autrice, conosciuta come Murasaki Shikibu, muoveva ancora i suoi primi passi e, pur avendo grande successo, non godeva di prestigio. L’impresa della dama-scrittrice risulta perciò ancora più stupefacente. Ma andiamo a vedere cosa permette di definire quest’opera un capolavoro.

Murasaki viene ritratta con indosso un kimono viola, colore associato al suo nome, in questa illustrazione del Periodo Edo.

Divisa in cinquantaquattro capitoli, narra la vita del principe Genji, di straordinaria bellezza e dotato al massimo grado del talento nelle arti e della sensibilità estetica richiesti all’aristocrazia della corte. Fin dall’adolescenza si innamora spesso, ma la sua eccezionalità non gli garantisce la fortuna: ci sono donne che lo rifiutano per orgoglio, o che si rivelano una delusione, come la principessa dal naso rosso, o che muoiono tragicamente, come la dama dei fiori di yūgao. Soprattutto, Genji è tormentato da sempre dall’amore proibito per la sua matrigna, che somiglia moltissimo alla madre, morta quando lui era molto piccolo, e finirà per avere da lei un figlio all’insaputa dell’imperatore suo padre. Esiliato a causa delle trame dei suoi nemici politici, al suo ritorno raggiungerà l’apice della gloria, anche se il basso rango di sua madre gli impedirà sempre di ereditare il trono. Tuttavia, il fatto di avere una figlia che diventerà imperatrice e avrà un figlio maschio gli permetterà di superare quest’ostacolo attraverso i suoi discendenti. Ma nessuna gloria dura per sempre: quando uno dei suoi fratellastri gli chiede di sposare sua figlia, perché non rimanga sola e senza protezione dopo la sua morte, Genji va incontro alla punizione per la colpa commessa contro suo padre, secondo la legge del karma: è tradito dalla moglie e dall’adulterio nasce un figlio che è costretto a riconoscere come suo. Questo provoca in lui una crisi profonda, aggravata dalla morte della donna che gli è stata più vicino durante la sua vita. L’uomo che fino ad allora era stato Hikaru Genji, “Genji lo Splendente”, diventa malinconico e introspettivo. Si ritira in un monastero dove muore poco dopo. La sua morte non è descritta nel testo.

Gli ultimi dieci capitoli narrano le vicende di suo nipote e del suo figlio illegittimo, amici e rivali in amore, e il finale rimane aperto.

Genji e il suo mondo hanno dunque un’evoluzione, anche se si tratta di un’evoluzione negativa, in armonia con le credenze buddhiste sulla caducità di tutte le cose. Il Genji ha una profondità che nessun monogatari anteriore aveva raggiunto. Inoltre ha mille volti: è anche una straordinaria galleria di ritratti femminili, una descrizione realistica della vita delle donne del tempo, una rielaborazione originale di temi della storia, della letteratura, del folklore, che lo apre a interpretazioni molteplici.

Su di un’opera scritta tanto tempo fa le incertezze sono molte: il testo è arrivato fino a noi attraverso copie di copie, le più antiche delle quali risalgono al XV e al XVI secolo, per cui ci sono dubbi sull’ordine dei capitoli e non si può escludere che altri siano andati perduti; l’attribuzione a Murasaki rimane incerta almeno per alcuni di essi (i tre che fanno da cerniera tra la prima e la seconda parte).

Per concludere, è fondamentale parlare della traduzione: Einaudi ne aveva già pubblicata una nel 1957, ma era stata condotta sulla traduzione inglese dello studioso Arthur Waley, e inoltre mancava di un apparato critico che permettesse ai lettori di capire la complessità dell’opera e le caratteristiche dell’ambiente in cui era nata. Questa traduzione, al contrario, è stata condotta sull’originale e il testo è corredato da un’ottima introduzione, da un apparato di note divise per capitoli e da un glossario. Inoltre, la traduzione inglese si sforzava di avvicinare il più possibile il testo ai lettori, mentre questa traduzione italiana segue da vicino l’originale, con i suoi periodi lunghissimi, le sue ripetizioni quasi formulari (“una figlia allevata con ogni cura”; “era così bello da essere quasi inquietante”) o l’usanza di non chiamare i personaggi con il nome, secondo una superstizione del Giappone antico. In conclusione, la lettura della La storia di Genji richiede sicuramente molto tempo e attenzione, ma ne vale la pena per chi è interessato a conoscere un capolavoro, che inoltre descrive un Giappone molto diverso da quello a cui siamo abituati.  

Irene Starace

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