“Attenzione, macho gay”! Il “movimento LGBT” di fronte alla sfida femminista [Traduzione di Irene Starace]

Articolo di Ramón Martínez, filologo e attivista LGTB
Pubblicato su Tribuna Feminista
Traduzione di Irene Starace

Sono ormai passate più di due settimane dal 28 giugno e, nella manifestazione dell’ Orgoglio Critico che si organizza in questo giorno, ho visto uno striscione che ha particolarmente attratto la mia attenzione. Un giovane di poco più di vent’anni, alto, magro, con occhiali da buon lettore, reggeva un pezzo di cartone su cui aveva scritto a mano: “Attenzione, macho gay!” . Quel piccolo e modesto striscione mi ricorda fatti recenti, come il rifiuto dei socialisti di modificare la regolamentazione dell’utero in affitto in Spagna -che è proibito, per quanto la post-verità insista-, il dibattito che si è svolto prima e dopo il congresso del PSOE, e il recentissimo errore storico della sua gioventù, che vorrebbe trasformare lo sfruttamento riproduttivo delle donne in un diritto di chi lo promuove.

Da alcuni anni è abituale che nel nostro movimento rivendicativo, che chiamiamo “LGTB” in mancanza di un nome migliore, si utilizzi il concetto di “eteropatriarcato” per parlare, in maniera specifica, di come il sistema patriarcale si riconosca esclusivamente eterosessuale e cerchi periodicamente di conculcare i nostri diritti. E da qualche settimana alcune femministe hanno cominciato a mettere in evidenza l’ inefficacia di questo concetto, giacché è un’ ovvietà, una ridondanza, chiamare etero il patriarcato, che non può essere altro. Ma a questo punto del nostro percorso mi chiedo, e mi chiedono ormai in non poche occasioni, se sia necessario cominciare a usare senza ostacoli questo concetto di “eteropatriarcato” quando sembra evidente che comincia a prendere forma,  abbastanza riconoscibilmente, un patriarcato riarticolato intorno ad alcuni postulati, principalmente degli uomini gay. E’ necessario chiedersi se di fronte a quest’ eteropatriarcato non sia ormai possibile riconoscere un omopatriarcato capace di reggersi sulla mancanza di riflessione di alcuni uomini che, nonostante non siano eterosessuali, possono continuare a perpetuare, nel loro modo di rivendicare, di desiderare e di trasformare questi desideri in presunti diritti, i modelli più arcaici di una cultura che soggioga le donne alla volontà degli uomini – e lo fanno. A questo punto del dibattito, non è necessario indicare che l’ esempio più evidente di questa pratica è la presunta richesta sociale di cambiamento nella regolamentazione dell’utero in affitto, per trasformarlo da contratto nullo di per sé a diritto.

Per molto tempo una piccola parte del movimento che chiamiamo “LGTB” è andata avanti su questa rivendicazione, sapientemente convinta del fatto che fosse soprattutto un diritto fondamentale dei gay da coloro che hanno più interessi in questo grande business. Se una coppia eterosessuale, si diceva, così come una coppia di donne, può avere accesso alla discendenza biologica, non permettere la stessa cosa a una coppia di uomini è una discriminazione. Non ritengo necessario dedicare spazio a decostruire la fallacia di quest’ affermazione, che si basa fondamentalmente su di un’ interpretazione abbastanza peregrina di cosa significa “biologico”, sia letteralmente che nei modelli culturali articolati intorno a questo concetto; invece, mi sembra necessario dirigere il centro della nostra attenzione al fatto che, mentre si faceva strada questa richiesta minoritaria e priva di fondamenti teorici ben formulati, sono cadute nell’oblio, secondo me in buona parte per interesse, rivendicazioni di altre forme di filiazione per le quali il nostro movimento ha tanto lottato. L’adozione e l’affidamento, diritti dell’ infanzia sui quali una volta eravamo punti di riferimento, sono stati messi in soffitta, in buona parte per la totale disattenzione dei poteri pubblici negli ultimi anni. E c’è perfino chi è arrivato a sostenere che questi non sono modi adeguati di crescere un bambino così come lo è la riproduzione biologica tradizionale, con una donna, più o meno volontaria, di mezzo. “Questi non sono i nostri figli”, sembrano dire. “Questi sono un lavoro sociale”, hanno detto.

Nel frattempo, una gran parte del nostro movimento è rimasta in silenzio. Nonostante sia radicalmente contraria alla pratica dello sfruttamento riproduttivo, dell’utero in affitto o, nella neolingua della postmodernità neoliberale, della “gestazione surrogata”, una parte importante delle nostre fila non ha voluto farsi sentire. L’ affermazione unica che questo non è un tema specificamente LGTB è servita a continuare a rimandare un dibattito che si riteneva perso, che si temeva per le conseguenze che avrebbe potuto avere sui rapporti con il movimento femminista. E, sebbene sia servito a non provocare diversi scismi su vari punti della nostra solidarietà interna ed esterna, è necessario segnalare che ha permesso che l’ altro discorso continuasse a guadagnare spazio davanti al silenzio dei nostri leader, e che si arrivasse a pensare che la questione fosse centrale nell’ agenda “LGTB”, in assenza, questo è chiaro, di una riformulazione della nostra agenda dopo aver ottenuto il Matrimonio Egualitario.

Arrivati a questo punto, ritengo necessario rompere finalmente il silenzio e farci sentire. Sono  molte, troppe, le persone impegnate nel nostro movimento rivendicativo che evitano ad ogni costo di prendere posizione sulla questione, mantenendo l’argomentazione che questo non è un tema “LGTB” e, soprattutto, terrorizzate dall’idea di screditarsi pubblicamente se esprimono la loro opinione, dato che nelle nostre fila contiamo individui ormai più che convinti  che la loro individualità permette di trasformare qualsiasi desiderio in un diritto fondamentale. Ma è ormai urgente cambiare il passo, rinnovare la nostra strategia, e non cedere davanti all’offensiva di un patriarcato nascente tra di noi che lotta, forse senza esserne del tutto consapevole, per chiudere con i diritti delle donne.

Se abbiamo sostenuto per tanto tempo che l’utero in affitto non implica una questione “LGTB”, ora dobbiamo raccogliere il coraggio di affermare che invece lo sfruttamento riproduttivo delle donne è, e può essere, una questione fondamentale del nostro discorso in difesa dei diritti di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali, e che le nostre idee di rivendicazione non ci permettono di fare altro che opporci in maniera radicale, chiaramente e senza divisioni, di fronte a un tale attacco contro la dignità delle nostre compagne di lotta. L’utero in affitto è un problema “LGTB”, ed è necessario prendere posizione contro. […]

Il movimento che chiamiamo “LGTB” cerca di sradicare l’ omofobia, la transfobia e la bifobia e, innanzitutto, persegue un obiettivo che condividiamo con il movimento femminista. […]

Il nostro movimento […] parla fondamentalmente del diritto al proprio corpo, al proprio desiderio e all’espressione di sé. Il movimento femminista parla esattamente delle stesse cose, ed è assolutamente necessario ricordare che non è stato finché il Femminismo non è avanzato nelle sue rivendicazioni e non ha ottenuto, tra gli altri, il diritto all’ aborto, mettendo così in evidenza che la sessualità ha altri fini che quello meramente riproduttivo; non è stato fino ad allora che i nostri desideri non riproduttivi […] si sono potuti realmente liberare.

Arrivato questo momento, noi che lavoriamo perché i nostri desideri ed espressioni siano liberi, noi che cerchiamo anche l’ autonomia dei nostri corpi, dobbiamo manifestare senza dubbi il nostro appoggio ai diritti delle donne nelle loro rivendicazioni. Perché, se le donne perdono l’ autonomia sui loro corpi “per loro scelta”, noi potremo essere i prossimi ad essere obbligati a rinunciare alla nostra corporeità. […]

Perché Femminismo e movimento “LGTB” sono, in realtà, uno stesso movimento sociale. Il più antico e il più liberatore che la nostra civiltà abbia conosciuto. Un movimento “LGTB” che sostenga un omopatriarcato non è sostenibile. Un atteggiamento maschilista da parte di un uomo che desidera altri uomini non è sostenibile. L’utero in affitto è un problema “LGTB”, perché mette a rischio i diritti che siamo già riusciti a vedere riconosciuti. Oggi è una responsabilità attivista prendere posizione senza divisioni contro lo sfruttamento riproduttivo delle donne. I prossimi possiamo essere noi.

Ramón Martínez, filologo e attivista LGTB.

 

2 commenti

  1. Sul tema ebbi a discutere con un altra donna lesbica come me anni fa. Lei era una separatista lesbica e femminista e mi fece riflettere molto sugli uomini gay che scelgono come modello culturale e sociale il patriarcato essendo loro stessi uomini e aspirando a mantenere una scala di potere verticale, è di fatto una tendenza nel movimento LGBT, e non da adesso, solo che oggi si manifesta sul tema dell’utero in affitto e l’articolo che avete riportato lo conferma.

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  2. Senza dubbio è un tema molto delicato, anche perché è difficile da parte di alcune persone ammettere che su alcuni temi femminismo e movimento LGBT si muovono su piani opposti.

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