Un argomento etico per l’abolizione di tutte le forme di maternità surrogata – di Catherine Lynch [Trad. Irene Starace]

Proponiamo la traduzione di un articolo di Catherine Lynch, avvocatessa e studiosa, autrice di diverse pubblicazioni sulla legge e l’etica dell’adozione e della maternità surrogata e fondatrice dell’ Australian Adoptee Rights Action Group.

L’articolo è stato pubblicato per la prima volta su

http://www.sundayguardianlive.com/lifestyle/11390-ethical-case-abolishing-all-forms-surrogacy e riprodotto in stopsurrogacynow.com

Aggiungiamo come B&D una considerazione iniziale: esiste, è legale e regolata la possibilità di non riconoscere il proprio figlio e darlo in adozione. Questa eventualità è un’eccezione e non può essere usata per giustificarne altre.


 

L’argomento che la maternità surrogata può essere etica, finché non è commerciale ed è fatta “altruisticamente” per una parente o un’amica, non regge alla prova dei fatti. Potrebbe essere il momento di ripensare il nostro punto di vista sul tema.

Tutte le forme di maternità surrogata sono crudeli nei confronti dei neonati, perché anche la cosiddetta “gestazione solidale” richiede l’allontanamento del neonato dalla madre che l’ha partorito, quando ogni sua posizione, ogni cellula, ogni desiderio, si dirige verso il corpo materno, per succhiare e cercare conforto e sicurezza.

Sono una figlia adottiva e sono stata separata alla nascita da mia madre, che è rimasta per tre giorni in un’altra stanza, con i seni compressi, mentre io la chiamavo con i miei pianti, e i rapporti dell’ospedale hanno registrato il mio dolore crescente. I figli adottivi di tutto il mondo danno testimonianza delle loro battaglie con la depressione e la rabbia, delle difficoltà a fidarsi ed affezionarsi agli altri, e di un profondo senso di perdita e angoscia causato dalla perdita della madre alla nascita. Studi scientifici provano che la separazione del neonato dalla madre nei mesi decisivi successivi alla nascita provoca disturbi del sonno, della frequenza cardiaca e di altri sistemi biologici, predisponendo i bambini a problemi successivi, che possono comprendere difficoltà relazionali ed emozionali, disordini mentali e malattie. Assumendo un punto di vista sulla maternità surrogata centrato sul bambino, dobbiamo tenere in conto quel che sappiamo del trauma e della confusione della separazione dalla famiglia naturale, specialmente dalla madre, sperimentato dai figli adottivi.

L’argomento che la maternità surrogata può essere etica, finché non è commerciale ed è fatta “altruisticamente” per una parente o un’amica, non regge alla prova dei fatti. Kajsa Ekis Ekman, in Being and being bought. Prostitution, surrogacy and the split self (Essere ed essere comprata. Prostituzione, maternità surrogata e il sé diviso),  rileva che “se la procedura è legalizzata una donna genererà un bambino come disposto da un contratto – aumenta il rischio dello sviluppo di un mercato nero . . . Così come la tratta è una conseguenza della prostituzione, la maternità surrogata commerciale e solidale sono livelli diversi sulla stessa scala.” In Australia, l’affermazione di Ekman è stata confermata. Siamo i più grandi consumatori di gestazione surrogata all’estero, nonostante la gestazione solidale rimanga legale nel nostro Paese. Anche gli americani e gli inglesi prevalgono tra gli acquirenti stranieri in India, nonostante la maternità surrogata commerciale sia legale nei loro Paesi o stati.

Così, non solo “non ci sono prove che la gestazione solidale tenga a freno il mercato”, ma Ekman rileva anche che tutte le donne coinvolte nella maternità surrogata ricevono una qualche forma di pagamento. Per esempio vacanze, un nuovo guardaroba, il pagamento delle spese scolastiche per i figli, e così via. . .

Che la maternità surrogata sia solidale (in qualsiasi senso limitato) o commerciale, le questioni etiche fondamentali rimangono le stesse. Ekman lo riassume bene: “la donna è ridotta a un contenitore… La gravidanza è trasformata in una funzione al servizio degli altri. La funzionalizzazione precede sempre la commercializzazione, come abbiamo visto nella prostituzione. Perché qualcosa sia venduto come se fosse separato da chi lo vende, per prima cosa dev’essere stabilito come una funzione separata. Quel che succede nella retorica della  gestazione solidale è che abitua la gente a vedere la gravidanza come qualcosa che una donna può prestare agli altri—se non la sta vendendo.”

Il termine “gestazione solidale” non riflette in nessun modo l’esperienza che fa il neonato della maternità surrogata. Questo mostra una tragica mancanza di empatia tra adulti e bambini rispecchiata anche da altri termini. Per esempio, si usa il termine “maternità surrogata tradizionale” per indicare l’abbandono del figlio di una donna creato dal suo stesso ovulo. Certamente non è tradizionale in quanto è cominciato con le tecnologie riproduttive moderne. Per il resto, dare via il bambino semplicemente non ha nulla di diverso dall’abbandono o dall’adozione “tradizionali”.

Il termine “madre portatrice” si usa per descrivere la madre il cui figlio proviene da un embrione donato o comprato. Quest’ultima situazione presenta l’aggravante, per il figlio, di dividere la sua “madre biologica” in due: qualcosa che non si era mai fatto prima nella storia dell’umanità. Nella corsa al progresso delle tecnologie riproduttive, si è data poca considerazione al rompicapo morale ed esistenziale in cui questo lascia i figli.

Quando il genitore committente non è il donatore, questo provoca un’ulteriore frattura nell’identità del figlio, tra i suoi genitori genetici, gestazionali e legali. Questi figli della maternità surrogata non hanno nessuna relazione biologica con i loro genitori legali. Con questo arriva la perdita dell’ identità: l’ ignoranza forzata di se stessi e delle proprie strutture fondamentali di parentela. Questa conoscenza di sé -così importante e intrinseca all’identità- crea un senso di appartenenza e di vita con un significato all’interno del tessuto dei legami familiari, ed è stata centrale per millenni nella cultura umana.

Surrogacy Australia, una ONG australiana a favore della maternità surrogata, argomenta che permettere e regolare la gestazione per fini commerciali in Australia fornirà una salvaguardia  ai diritti dei bambini, impedendo che vengano portati dall’estero. Ma quando si dà la priorità e la dovuta considerazione, così come si deve fare, ai diritti e agli interessi dei bambini appena nati, allora è ovvio che è la maternità surrogata in sé che viola i diritti dei bambini e va contro i loro interessi. Legalizzare la maternità surrogata con fini commerciali serve solo a portare all’estremo questa mercificazione delle persone e lo sfruttamento delle donne. I governi non dovrebbero mai appoggiare l’affitto o la vendita degli esseri umani. La maternità surrogata per fini commerciali dovrebbe essere impensabile in una società moderna che presuma di essere su una qualche strada verso un’umanità “migliore”.

Il processo della modernizzazione, con il suo sviluppo delle tecnologie riproduttive, è stato liberatorio per molti aspetti, ma senza leggi per prevenire che questo processo sia portato all’estremo, la liberazione potrebbe essere modernizzante in una maniera così inesorabile da separare le persone dal modo di vivere dei loro antenati e rubare loro le ragioni di vita. La maternità surrogata fa proprio questo, separando le persone non solo, nella maggior parte dei casi, dai loro antenati, ma anche, in ogni caso, dalla persona più vicina a loro: la madre che li ha generati, o, come succede raramente, costringendola ad essere semplicemente una visitatrice o una spettatrice nella vita di suo figlio o, come nella maggioranza dei casi, cancellandola completamente.

La madre che li ha portati in grembo è l’unica persona che i bambini conoscono alla nascita. Ogni bambino riconosce la madre come la donna che l’ha creato portandolo dall’embrione al bambino pienamente formato attraverso nove mesi di gestazione simbiotica, stabilendo la sua prima relazione con un adulto, la distruzione della quale danneggia entrambi. La madre che ha portato il bambino in grembo è la sua genitrice naturale, che abbia usato o no i suoi ovuli o l’embrione di un donatore. E’ urgente che le nazioni di tutto il mondo introducano legislazioni che armonizzino i diritti dei bambini con la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’Infanzia, che nell’articolo 9 dà ad ogni essere umano il diritto a non essere separato dai suoi genitori. Questa protezione legale è ottenuta nel migliore dei modi da un riconoscimento esplicito nelle leggi nazionali,  che noi sosteniamo con il nostro impegno a rispettare il diritto di ogni bambino di rimanere con la madre che l’ha partorito e di essere cresciuto da lei.

Traduzione di Irene Starace

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