Maya Angelou- Ognuno può fare la differenza

All’età di otto anni Maya Angelou smise di parlare per cinque anni, convinta  di aver ucciso il compagno di sua madre con le sue parole.

Ho incontrato nella mia vita più di una volta il nome di questa donna, che mi ha sempre attratto, ma della quale non avevo mai letto niente fino a poco tempo fa.

Maya è stata una poetessa, scrittrice e ballerina afroamericana nata nell’aprile del 1928: stesso anno e stesso mese di mia madre e dunque grande motivo di attrazione per me. È autrice di sette autobiografie, libri di poesia, sceneggiature; ha ricevuto decine di premi, una nomination per il Premio Pulitzer per la poesia e ottenuto più di trenta lauree honoris causa. Nel 2011 è stata decorata con la medaglia presidenziale americana della libertà, ma in Italia quasi non la conosciamo.

maya angelou

All’età di otto anni fu rapita dal compagno della madre, il quale ne abusò sessualmente. Portata a testimoniare in Tribunale le fu chiesto se l’accusato l’avesse toccata in altre occasioni prima del rapimento e lei, in colpa per aver tenuto per sé fino ad allora quel segreto “indecente”, disse di no. “La bugia mi si sgretolò in gola impedendomi di respirare” scriverà più tardi. L’uomo fu trovato colpevole ma trascorse un solo giorno in prigione e, non appena fuori, venne assassinato, forse da uno zio. Maya se ne addossò la colpa: “L’unica cosa che potevo fare era smettere di parlare con le persone; se avessi parlato con qualcun altro quella persona sarebbe potuta morire”, scrive nel suo libro autobiografico intitolato Io so perché canta l’uccello in gabbia.

Uscì poi dal suo mutismo grazie all’aiuto di un’amica di famiglia che la incoraggiò a leggere autori come Dickens, Shakespeare, Allan Poe, ma anche libri di autrici nere come  Frances Harper e Anne Spencer, e trascorse così il resto della sua vita dedicandosi al racconto della verità.

libro maya angelou

“Io so perché canta l’uccello in gabbia”, che ho appena terminato e che vi consiglio vivamente, fu pubblicato quando Maya aveva 40 anni ed è la prima delle sue sette autobiografie: racconta proprio come un carattere forte e l’amore per la letteratura possano far superare traumi e razzismo. La storia si apre con Maya e suo fratello, in treno, diretti verso un piccolo paese dell’Arkansas, dai nonni materni, spediti lì perché i genitori si stavano separando. Un racconto a tratti crudo che narra della segregazione razziale in America negli anni Trenta quando un ragazzo nero non sapeva davvero, realmente, come fosse fatto un bianco. Un libro che parla della raccolta del cotone, del Ku Klux Klan… e penso all’infanzia di mia madre, ai suoi racconti di Figlia della lupa prima e Giovane italiana poi, alle sue parate in camicetta bianca e gonna nera quando faceva roteare cerchi in aria nei sabati fascisti. Mondi lontani e in qualche modo tragicamente vicini.

Le memorie di Maya sono poi divenute, negli anni, lettura obbligata per le femministe americane, spingendo da una parte altre scrittrici ad aprirsi senza vergogna agli occhi del mondo e attirando, dall’altra, aspre critiche per le scene sessualmente esplicite e l’uso del linguaggio spesso irriverente nei confronti della religione. Era il 1973 quando in una intervista Bill Moyers, giornalista e commentatore politico americano, chiese a Maya se avesse considerato il movimento femminista una “white women’s fantasy”, una fantasia delle donne bianche, e lei rispose che era una necessità, perché “l’uomo americano bianco considera la donna americana bianca non superflua ma una specie di decorazione, non così importante affinché i meccanismi funzionino. Ecco”, disse guardando negli occhi Moyers, “la donna nera americana non si è mai sentita così. Nessun uomo nero americano, nella storia degli Stati Uniti, ha mai sentito di non aver bisogno di una donna nera accanto a lui, spalla contro spalla… c’è una forza particolare, che quasi spaventa, nelle donne nere”.

Una forza e un coraggio che Maya dimostrò vent’anni dopo, quando nel 1993 lesse la sua poesia “On the pulse of morning” per l’inaugurazione del mandato del presidente Bill Clinton. L’esistenza, la storia, nonostante i suoi dolori, non si può eludere: va affrontata con coraggio, cercando di non ripetere gli errori.

Maya lo testimoniava con la sua vita e sperava potesse essere così anche per il suo paese.

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