Greenlight for girls: Girlsday 2017

Nel 2015, per la prima volta in Olanda, il numero di donne che ha un dottorato di ricerca ha superato quello degli uomini e la tendenza si è riconfermata nel 2016.
Secondo il CBS, l’istituto di statistica olandese, circa il 60% dei dottorandi di età compresa tra i 25 e i 30 anni sono donne, a conferma di una tendenza che vede le donne sempre più coinvolte nello studio ad alti livelli e nella ricerca.

È il risultato di un lungo percorso che ha visto le donne raggiungere risultati scolastici sempre più alti: fino agli anni ’70 le donne che accedevano all’università e in seguito al dottorato erano meno della metà dei coetanei maschi, oggi la situazione si ribalta: la popolazione universitaria è prevalentemente femminile già oggi e le scuole superiori che preludono l’università sono prevalentemente frequentate da ragazze (vicino al 60%).
Insomma, il futuro olandese vede una popolazione femminile sempre più istruita e tendenzialmente più istruita di quella maschile che tende invece a percorsi di studio professionali.

Resta una differenza da colmare che riguarda le materie scelte dalle donne e dagli uomini: le donne tendono a specializzarsi nel campo della salute e delle scienze sociali, mentre gli uomini in campo scientifico. Tuttavia, il 20% delle donne con un PhD ha un PhD in matematica o in scienza pura, e il loro numero è in aumento.

A PhD ottenuto, la maggior parte degli uomini lavora a tempo pieno e così le donne; tuttavia il part time resta prevalentemente femminile (il 15% delle donne lavora part time mentre il lavoro part time nella ricerca riguarda solo il 5% degli uomini) e questo è un altro punto sul quale il Governo ha focalizzato la propria attenzione, con l’obiettivo di redistribuire ancor più tra i generi le ore lavorate (e si badi bene: l’obiettivo non è far lavorare tutti full time, ma di avere un numero equo di part time femminili e maschili).

E infine: le donne della nuova generazione, che studiano di più e raggiungono livelli più alti di specializzazione, guadagnano più dei coetanei maschi. Il gender pay gap in Olanda tocca ancora il 17% in media, ma se si scorpora il dato per fasce di età si vede come il gap salariale si stia riducendo nella popolazione più giovane e sia ormai addirittura negativizzato in alcuni settori dove le donne tendono ad avere titoli di studio più alti e migliori competenze.

Philips e ASML, per citare due grandi multinazionali che hanno sede nella mia città, negli ultimi anni hanno lavorato molto per aumentare la popolazione femminile in azienda.
Come l’hanno fatto? Non certo limitandosi ad assumere, ma creando un sistema che consenta alle donne di lavorare con modalità non stereotipate, che consiste nella promozione del lavoro da casa, nella flessibilità degli orari e nella messa a disposizione di asili convenzionati (che non cambiano nei costi, ma danno precedenza ai figli dei dipendenti, sono nelle vicinanze dell’azienda e permettono alle donne per esempio di andare ad allattare i propri figli), hanno adottato un contratto collettivo che garantisce il part time ai genitori fino agli 8 anni dei figli (per legge è obbligatorio concederlo fino ai 3 anni).
Ma non solo: Eindhoven è una città nata intorno all’industria Philips (di cui ASML è nata come costola, per poi staccarsi) e le grandi aziende assumono molti dei loro dipendenti direttamente dalla TUE (l’università tecnica di Eindhoven); da diversi anni ASML aderisce al Girlsday organizzato dal VHTO (organizzazione che ha lo scopo di avvicinare le donne alla tecnologia e alla scienza in Olanda) con l’obiettivo di incrementare le iscrizioni femminili nei corsi di laurea di ingegneria, fisica, matematica, informatica.
Perché? Perché quando le aziende guardano oltre gli stereotipi di genere, si accorgono che le ragazze sono una grande risorsa, che sanno fare ricerca, sanno lavorare e se non vengono ostacolate in tutti i modi da modalità di lavoro tradizionalmente maschili, c’è vantaggio per tutti.

L’organizzazione Greenlight for girls, con cui collabora tra gli altri ASML, si occupa di incoraggiare le ragazze di tutto il mondo verso le materie STEM (science, technology, engeneering and math) e negli ultimi anni ha tenuto una serie di incontri in Brasile, in India e… in Italia.

Perché l’Italia è ancora capace di far uscire dalle proprie università persone con competenze di alto livello e le ingegnere e scienziate italiane sono decisamente ben quotate all’estero, tanto che si ritiene auspicabile che aumentino in numero per poterne assumere di più.
E magari, aggiungo con amarezza, sarebbe bello mettere in condizione queste donne competenti, capaci e meritevoli di lavorare come si deve in Italia con beneficio per la società tutta, invece di coltivarle nel nostro paese per poi mandarle altrove a portare i frutti della loro intelligenza.

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