#GenitoriFuoriDagliStereotipi – un serpente di nome Rudi

Abbiamo pensato che potesse essere divertente (e anche interessante) raccontare un’esperienza di maternità e paternità nel quotidiano, senza farla tanto lunga, senza numeri, senza la pretesa di farne una serie di articoli, ma semplicemente quella di una raccolta di racconti in prima persona allo scopo di togliere un po’ di dosso a questo stato comune tra le persone, i misticismi che lo ricoprono da un parte e gli eccessi che lo stravolgono dall’altra, entrambi colpevoli di nasconderne e soffocarne l’aspetto vorrei dire “normale”, nel senso di consueto, di qualcosa che fa parte della vita di tutti i giorni, senza diventare né obiettivo da raggiungere, né contrarietà da evitare.

Torno quindi a scrivere le prodezze della mia prole nella vita di tutti i giorni.


Qualche giorno fa la mia secondogenita è tornata a casa con il muso lungo dopo un pranzo con i nonni che erano qui da noi (in Olanda) in visita. Le ho chiesto come mai fosse triste e mi ha risposto che nel posto dove hanno pranzato la cameriera ha portato a lei e a suo fratello dei fogli da colorare: il suo con fatine e unicorni, quello del fratello con i mostri. Era immusonita perché anche lei voleva quello con i mostri, ma la cameriera l’ha liquidata e i nonni non hanno avuto modo di seguire il discorso (che si è tenuto in olandese) e non hanno compreso l’oggetto del contendere.

Ho dovuto lungamente consolarla e insistere sul fatto che non deve spaventarsi e che può chiedere, di non preoccuparsi anche se deve chiedere più volte e insistere, perché se le piacciono i mostri è giusto che possa averli anche lei.

A quel punto il magone un po’ è venuto a me. Mi rendo conto di quanto poco i nostri figli siano preparati ad affrontare stereotipi di genere che nella nostra famiglia ristretta non esistono e che in quella allargata sono molto attenuati.

Osservo mio figlio e mi rendo conto che spesso ha uscite infelici nel commentare giochi, canzoni, colori che definisce come “da maschi” o “da femmine” a seconda di come si regolano i suoi amici a scuola. Poi mi accorgo che commenta in questo senso, ma che per fortuna l’esempio in casa è forte, per cui queste sciocchezze restano slegate dalle sue azioni: dice che un gioco è da maschi e 5 minuti dopo gioca con la sorella e le vicine di casa proprio a quel gioco; e magari perde, più o meno sportivamente. Mi accorgo che difficilmente il tema è che c’è un gioco che un maschio non può fare (a scuola l’angolo della bambole è frequentato molto sia dai bambini sia dalle bambine, che giocano a cullare, stirare, cucinare…), ma che di solito riguarda qualcosa che le femmine non possono fare perché prerogativa “dei maschi”. E poi ha sempre dietro noi genitori che lo facciamo riflettere di volta in volta sulle cose che dice. Insomma, prestiamo attenzione perché anche lui non si trovi limitato da stereotipi antidiluviani e soprattutto perché non li estenda ad altri, e attendiamo fiduciosi che maturi abbastanza da non ripetere a pappagallo le più varie sciocchezze.

Poi osservo mia figlia e mi rendo conto che per lei la faccenda si complica. Perché noi non la limitiamo in nessun modo perché è una bambina, ma spesso lo scontro con “il resto del mondo” è dietro l’angolo, basti pensare all’episodio dei disegni da colorare.

La mia bambina adora il rosa: le piace vestirsi di rosa, sceglie i dolci in base al colore rosa, quando gioca a un gioco di ruolo vuole la pedina rosa. Le piacciono tantissimo i vermi, i bruchi e i serpenti: in giardino raccoglie i lombrichi e le piace farseli correre sulle mani e il suo peluche preferito, con il quale dorme ogni sera, è un serpente lungo un metro di nome Rudi. Ha una passione sfrenata per vestiti e scarpe: l’anno scorso ha investito il ricavato dall’apertura del salvadanaio in un paio di orride scarpe da ginnastica con i brillantini. Ha una passione per la vista del sangue, che la affascina; se qualcuno si fa male lei deve essere presente alla medicazione, perché è gentile e le piace consolare, ma anche perché vuole guardare “come siamo fatti dentro”; quando andiamo dal dentista per il controllo annuale a noi genitori tocca averla seduta lì accanto che guarda il dentista lavorare. Invita il mare alla sua festa di compleanno per farlo calmare quando è mosso, e picchia sodo il fratello maggiore quando cerca di farle qualche prepotenza. Gioca con le bambole, i robot, i lego, nuota come un pesce e si arrampica sugli alberi come una scimmia. Le piacciono i mostri paurosi e gli unicorni gentili. Coglie fiori e ne fa mazzolini per me e per il papà, che ci porta in dono ogni volta che ne ha occasione. E una volta, mente infilava la forchetta in una tortina a forma di cuore l’ho sentita sussurrare “squarto il cuore della mamma…

Questa è lei, nella sua interezza: come tutte le persone, ha mille sfaccettature. Vorremmo che potesse essere sempre così, che niente e nessuno cercasse di normalizzarla. E siccome sappiamo che sarà invece un continuo tentativo di ingabbiarla ora in uno stereotipo ora in un altro, facciamo del nostro meglio perché sappia di poter fare pernacchie a chiunque voglia definirla.

Insomma, cerchiamo di essere genitori a modo nostro incoraggiando i nostri figli ad essere a modo loro. Nel frattempo, facciamo del nostro meglio per cambiare quello che possiamo e per prepararli ad affrontare quello che saranno loro a dover cercare di cambiare.

E visto che mettere al mondo dei figli è prima di tutto un atto di speranza, speriamo bene.

 

 

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2 commenti

  1. Quando mio figlio era piccolino – frequentava la scuola materna – adorava il cartone animato delle Winx. Lo adorava al punto che volle la sua Winx personale e naturalmente gliela comprammo.
    Un giorno, al giardinetto sotto casa, un gruppo di bambine stavano giocando a fingersi le Winx e lui chiese di partecipare. Loro gli risposero che non poteva giocare, perché era un maschio. Lui rispose molto assennatamente che era assurdo, visto che nel cartone animato ci sono anche personaggi maschili, e lui avrebbe potuto interpretare uno di quelli, ma le bambine lo cacciarono via in malo modo. A qual punto mio figlio, sconsolato, venne a piangere da me.
    Il caso volle che lì vicino c’era la mamma di una delle bambine che accorse prima ancora che potessi dire qualcosa; consolò mio figlio, le sgridò per averlo cacciato e perché dicevano sciocchezze (che significa “giochi da femmine? tutti i bambini possono giocare”), poi andò a comprare per mio figlio un ovetto delle Winx.
    Un bel momento, perché io non ho dovuto fare niente 🙂

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