Sensi di colpa

Delirio di onnipotenza e omicidio dell’anima

Da bambina, quando facevo catechismo per la prima Comunione, dovevo confessare la domenica i miei “pensieri e desideri cattivi”.

Quante volte ho sentito mia madre urlarmi contro: “Dovresti vergognarti!” perché invece di studiare passavo i pomeriggi a chiacchierare con gli amici, seduta sul sellino del mio Ciao, davanti casa.

È così, mattoncino sopra mattoncino, che ho costruito gli ingranaggi dei miei sensi di colpa: un potere interno che mi sovrasta, a cui cerco di contrappormi, e che spesso segue la linea dei miei desideri.

In alcuni casi il senso di colpa è un mio “salva vita” perché si attiva quando faccio qualcosa che fa del male agli altri e mi perseguita fino a che non riesco a rimediare. Anche solo una risposta nervosa o maleducata mi porta quel dolore alla pancia, quella tensione e rabbia contro me stessa che mi accompagna velocemente a fare ammenda, chiedendo perdono alle persone che ho ferito con il mio comportamento.

Altre volte, però, il mio senso di colpa mi segnala un disagio e mi rimprovera per qualcosa che va contro un codice morale che mi è stato cucito addosso dall’educazione che ho ricevuto. In questi casi mi conduce verso una direzione sbagliata nonostante la logica e il mio ragionamento mi segnalino che “va tutto bene”.

Sono cresciuta in una famiglia in cui era bandito parlare di sesso e fare l’amore era considerato un peccato se affiancato a giochi erotici: guai solo anche a pensarlo prima del matrimonio! Ho perso la mia verginità a sedici anni con il ragazzo che sarebbe poi diventato mio marito, ma è stato un vero e proprio macigno da trasportare sulle spalle che ha condizionato non poco la qualità della mia vita intima per un bel po’ di tempo.

Per evitare questo vero e proprio senso di oppressione sarei dovuta rinascere ed essere allevata all’insegna del piacere e non del peccato: invece, con fatica, ho dovuto familiarizzare con la mia “vergogna” e riscolpire negli anni il mio credere.

Mi sono anche sempre sentita in colpa per aver messo i miei figli all’asilo nido anche se, oggettivamente, non c’era nessuna sofferenza nei miei figli, che hanno sempre amato giocare con gli altri bambini. Ma noi mamme siamo fragili sul piano affettivo e la paura di perdere l’amore dei piccoli mi ha sempre colpevolizzata. Al primo pianto o bizza ricattatoria ho sempre messo me al centro dell’evento “È colpa mia!”.

Ma questo è il mio delirio di onnipotenza…

Davvero poco realistico pensare che l’umore degli altri e la loro felicità dipendano sempre, solo e completamente da noi, e bisogna riflettere sul nostro senso di perfezione anche nell’ambito della relazione col partner.

Quando un amore fallisce, se siamo abituati a vivere i sensi di colpa, ci troveremo di fronte a un’assunzione di colpa non reale, specialmente se siamo persone pure, sensibili, insicure e condizionabili dalla mancanza di fiducia che proviamo in noi stesse. Troppo facile per la “controparte” attribuirci colpe e responsabilità che non ci appartengono.

Non tutto dipende da noi! Dobbiamo, allora, da una parte, intraprendere un percorso di autoesplorazione per entrare in contatto con i nostri sentimenti e capire se oggettivamente abbiamo commesso degli errori e quali siano le nostre colpe, perché ognuno dovrà assumersi la propria.

Dall’altra sensibilizzare il partner e metterlo di fronte alla propria responsabilità, “senza pretese accusatorie, ma con il fine principale di aiutarlo a riconoscere il dolore che ha provocato in noi: vittime plagiate”.

Vi segnalo due libri, anzi due guide di facie lettura e di taglio divulgativo, di Cinzia Mammoliti usciti a distanza di due anni:  “I serial killer dell’anima” e “il manipolatore affettivo le sue maschere” (ed. Sonda 2012 – 2014).

Ambedue i libri trattano della violenza psicologica e della manipolazione mentale che il più delle volte avviene all’interno delle mura domestiche, ma anche a scuola quando si parla di “bullismo”, fino al fenomeno delle sette sataniche: omicidi di anime perpetrati su persone facilmente condizionabili che restano impuniti. Il primo libro, diviso in sette capitoli è integrato dal racconto di molti casi pratici, storie vere, che possono aiutare il lettore a prendere consapevolezza, identificandosi, anche solo in parte, con i protagonisti. Il secondo un vero e proprio manuale per riconoscere e identificare dieci tipologie di manipolatori relazionali.

Cinzia Mammoliti è laureata in Giurisprudenza nel 1993 con perfezionamento in Criminologia, Psicopatologia forense e Psicologia criminale, e si occupa di consulenza e formazione dopo aver lavorato per molti anni con donne e minori vittime di violenza.

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3 comments

  1. Incomincia dalla nostra nascita…questo non si fa,quest’altro è peccato. ..tu sei una bambina…devi fare sempre la brava altrimenti Gesù piange.
    Insomma,bisogna imparare subiti anche a ribellarsi a seguire un proprio carattere a non reprimere sempre le propie verità,a non pensare che si e felici solo se diamo sempre.
    Bisogna rieducarci da sole pensado che se siamo nate …ci spetta di diritto la nostra parte di felicità.
    Fin da piccola certe cose mi sono state chiare,la realtà vissuta vale più di tanti libri quando vivi sulla tua pelle le differenze e la sofferenza …gratuita.
    Il rispetto per ognuno ci deve essere sempre per un giusto equilibrio.

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