Saffo, la Decima Musa

(Sapphó)

Saffo ci parla, attraverso i frammenti giunti da un tempo lontano e soltanto immaginabile, da noi. Infatti, la più grande poetessa dell’antichità, considerata anche la voce poetica femminile più potente mai esistita, nacque nell’isola di Lesbo, a Èreso o a Mitilene, nella seconda metà del VII secolo a.C., intorno al 640 a.C. (secondo la testimonianza dell’enciclopedia bizantina Suda [X d.C.]) o al 610 a.C.

La ricostruzione storica della sua vita risulta essere molto difficile, data la lontananza nel tempo e l’ardua reperibilità in merito alle fonti giunte fino a noi. Si può comunque, in base agli ultimi studi, sfatare alcuni falsi miti come quello inerente al suo aspetto: Saffo non era affatto piccola, scura di carnagione e tutt’altro che bella, al contrario sarebbe stata dotata di aspetto piacevole e aggraziato. Anche la storia dell’amore di Saffo per il bel barcaiolo Faone, che l’avrebbe respinta causando il suicidio della poetessa, gettatasi a capofitto dalla rupe di Lèucade non ha alcun fondamento: è un’invenzione già nota a Menandro, basata sul fraintendimento di dati mitologici e rituali interni ai testi (Faone sembra essere un pàredro [divinità o semi-divinità ‘accompagnatrice’] della dea Afrodite, e la rupe di Leucade è al centro di un complesso mitico-rituale).

In dubbio, anche il matrimonio di Saffo con il ricco Cèrcila di Andro, nome che richiama allusioni alla virilità, e che potrebbe derivare dal fraintendimento di un canto nuziale, un epitalamio successivamente male interpretato.  Anche sull’identità filiale di Cleide i recenti studi hanno posto dei punti interrogativi: il frammento saffico potrebbe riferirsi ad una fanciulla amata da Saffo e non ad una ipotetica figlia; in ogni caso non è da considerarsi affidabile.

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Di certo invece, ne conosciamo la prosa potente, appassionata, profonda.

Saffo era votata ad Afrodite, colei di cui si narra:  “nata dai vortici schiumosi dell’acqua marina e dallo sperma volante del Cielo, da una dolorosa e sanguinosa irruenza troncata dalla falce di Crono, ma che sfiniva in estasi, nell’equorea deriva egea, sulla rotta che porta da Cìtera a Cifo…”

Afrodite, descritta come lancinante bellezza che spezza il cuore e, insieme, gioia che spesso si tramuta in tormento, era la dea di Saffo, l’unica vera dea di questa poetessa silenziosa, di origini aristocratiche, contesa per il canto e per l’abilità di comporre versi e musica. Si dice infatti, che avesse una voce bellissima, molto melodiosa.

Queste le parole di Alceo:

“ …dolce sorriso, chioma di viole venerabile Saffo…”

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A Mitilene Saffo si intratteneva nel Tiaso con una cerchia di donne, sue concittadine, attratte dalla grande spiritualità e dall’espressione artistica della poetessa. Si trattava di un centro esclusivamente femminile dedito al culto di Afrodite e delle Muse, e vi prendevano parte fanciulle, aristocratiche e nubili.

Da Saffo apprendevano conoscenza, musica e danza, e lasciavano il Tiaso solo all’approssimarsi delle nozze, seguendo così il marito e la nuova condizione.

Su questo distacco, sulla perdita dell’amicizia, e in alcuni casi dell’amore provato, Saffo componeva i suoi versi intrisi di pathos, di nostalgia, di sublime bellezza.

Nei suoi frammenti troviamo diversi nomi di queste fanciulle, Attide, Girinna, Arignota, Gongila, Dice, Anattoria,  a cui la poetessa ha dedicato il suo canto.

Sull’onda di colei a cui si era votata, Saffo provava passione e tormento, in eguale spessore, amava l’assoluto: nelle idee, nella dedizione, nella bellezza. Ma ogni cosa rivelava poi fragilità e precarietà, e tutto era effimero, come il trascorrere del tempo.

Descrivendo un plenilunio, celebrando colei, di cui non conosciamo il nome, la cui bellezza sovrasta sopra le altre, così come la luce della luna che offusca quella delle stelle:

Gli astri d’intorno alla leggiadra luna
nascondono l’immagine lucente,
quando piena più risplende, bianca
sopra la terra

(trad. S. Quasimodo)

Saffo rivolgeva il suo canto ad Afrodite, alle Muse, con una modernità e una visionarietà inconcepibili per il suo tempo, componeva i versi che l’hanno resa immortale.

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Nell’età matura, il peso della solitudine e della decadenza:                                

Vecchiaia già divora la mia pelle
Eros l’ha smessa di seguirmi in volo.
Con lo sguardo rivolto al tempo trascorso:
La bellezza ho servito
e forse c’era
altra cosa per me,
cosa più grande?

Spero che la luna tanto amata da Saffo le abbia fatto omaggio con la sua luce argentea la notte in cui le acque del mare accolsero colei che disse di sé, in un sussurro poetico di rara bellezza:

Ho scritto versi come fatti d’aria:
e qualcuno li ama.

 

Silvia Lorusso

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