Tra inchiostro e coraggio: la vita di Stefania Iemma

stafania-frontaleMolti di noi l’avranno conosciuta dopo un servizio de Le Iene – purtroppo la puntata non è più disponibile sul sito del programma – andato in onda in data 6 Novembre 2016, come protagonista di un’odiosa storia di stalking perpetrata da un uomo originario di San Severo di Puglia che neppure trenta denunce – presentate da donne diverse – sono servite a fermare. Lei è Stefania,  una ragazza disabile di Genova che gestisce insieme alla sorella – un’altra vittima dello stalker –  un negozio di tatuaggi. Tra i compaesani dell’uomo c’è stato chi ha giurato che non potrebbe mai far del male a nessuno, perché  in definitiva è un “pover’uomo” che tira a campare e in effetti l’intervista di Luigi Pelazza, che è riuscito a parlargli, ha sembrato confermare le impressioni del paese: un uomo dalla condizione psicologica fragile e disturbata che rifiuta categoricamente qualsiasi aiuto medico. Naturalmente, le rassicurazioni delle persone che da anni lo vedono aggirarsi tra le strade del paese come persona apparentemente innocua non possono bastare alle donne che anche a chilometri di distanza subiscono minacce di morte e si sentono limitate nella loro libertà di azione, ma soprattutto non devono bastare allo Stato che ha il dovere di proteggere e di risarcire le vittime che troppo spesso si trovano a combattere una battaglia in solitudine. È questo il motivo che ha spinto Stefania a contattare il programma televisivo e l’occasione è stata favorevole per dimostrare la medesima risolutezza che l’ha sempre accompagnata in tutta la sua vita.

Ho deciso di contattarla via Facebook, le ho chiesto il permesso di potermi soffermare anche sul lato più privato della sua disabilità e questa è la sua storia.

Ciao Stefania e grazie per la tua collaborazione. Vorrei incominciare dall’inizio, dal giorno da cui per te è cambiato tutto: cosa ricordi del giorno dell’incidente?

Il giorno che ha cambiato la mia vita  è stato il 2 agosto del 1997, era un sabato alle ore 16:00. Dovevo andare a Sestri con una mia amica e si è aggiunto un amico che stava nella nostra compagnia. La mia amica aveva il suo mezzo (un motorino) l’amico in questione aveva la moto 125 da strada modificata e io andai con il ragazzo dietro. A circa cinque minuti da dove abitavo il ragazzo iniziò ad andare molto veloce e contromano. C’ era una macchina ferma a un incrocio e dato che guidava contromano,  il ragazzo non ebbe il tempo di decelerare: il manubrio della moto andò a sbattere nel fianco della macchina e lui perse il controllo del mezzo. Io ricordo di aver visto il manubrio senza controllo e da lì a poco vidi il pavimento della strada che si avvicinava sempre di più alla mia faccia. Capii che ero stata sbalzata dalla moto e che ero in volo. Quando atterrai il colpo fu devastante e la sensazione fu orribile: mi passò davanti agli occhi tutta la mia vita, sentivo che non avrei più rivisto i miei cari. Una volta a terra avevo vicino la mia amica che mi teneva la mano;  i dolori erano atroci, non sentivo più il corpo, le lesioni esterne erano poche ma quelle interne furono tante. La più seria era quella alla spina dorsale che si era frantumata con lesione al midollo spinale. Avevo poi subìto il distaccamento del polmone sinistro, svisceramento dell’intestino, strappo del nervo ulnare e rottura del menisco. Inizialmente la lesione era cervicale quindi paralisi completa, poi rimase la lesione dorsale quindi paraplegia. Subii un intervento durato ore, dopo il quale andai in coma e quando mi svegliai e mi trasferirono in pneumologia mi venne la meningite.

Quando hai poi compreso quale sarebbe stata la tua nuova condizione?

Il giorno in cui ho realizzato di rimanere in carrozzina fu quando dopo due mesi mi dimisero dall’ ospedale e mi trasferirono in un centro di fisioterapia. Inizialmente, credevo che una volta arrivata in quel centro avrei recuperato tutto, ma purtroppo non fu così. Mi affidarono a fisioterapisti incompetenti che mi dissero in modo brutale la verità e cioè che le mie braccia non sarebbero state più le mie braccia… Io non volevo capire,  fu un duro colpo per me.  Aggiunsero che dovevo comprendere  che  il mio corpo che non avrebbe più risposto a nessuno stimolo.  Non accettai il mio cambiamento fisico e sentivo che non ero pronta a vivere una vita che non era la mia.

Prima dell’incidente qual era il tuo rapporto con la disabilità?

A essere sincera, prima del mio incidente non vedevo la disabilità, per il semplice fatto che non mi toccava direttamente.

Come è stato il percorso verso la tua nuova normalità e su chi o che cosa hai potuto contare?

Sinceramente, la normalità dopo ben venti anni ancora non la sento. Ho percepito la diversità soprattutto nel primo anno, in particolare l’ho vista negli atteggiamenti e negli sguardi delle persone; gli amici che avevo mi avevano abbandonata e quindi ero sola ad affrontare tutto questo. Mi misi in testa che dovevo fare in modo di vivere apparentemente una vita normale anche se così non era e nel frattempo cambiai casa e conobbi il mio futuro marito. Decidemmo di avere un figlio, avevo 21 anni , perché volevo che qualsiasi cosa sarebbe accaduto rimanesse qualcosa di me. Fu una gravidanza molto difficile, dove rischiai di morire per averlo, ma la mia forza è stata lui, la mia normalità era lui.  Oggi ha sedici anni ed è grazie a lui che sono ciò che sono.

Veniamo al tuo lavoro di tatuatrice: è una passione per cui hai dovuto tanto lottare, soprattutto per vincere i pregiudizi della gente.

stefania-tatua-1Nel mio lavoro ho trovato un sacco di problemi, a partire dalla poca fiducia della gente nei miei confronti. La mia passione per il mondo del tatuaggio c’era già prima del mio incidente, ma lo facevo a livello di  hobby, perché il mio lavoro era quello di parrucchiera. Dopo l’incidente mi sono trovata senza lavoro e di sicuro non potevo fare più la parrucchiera; siccome sono sempre stata brava nel disegno e fin da piccola avevo la passione per il disegno ho coltivato questa passione e l’ho trasferita su pelle. Quando mio figlio aveva circa un anno e mezzo ho deciso di aprire uno studio per conto mio, ovviamente i primi anni furono duri perché la gente non si fidava della mia posizione e me lo dicevano bello chiaro, ma sinceramente sono andata avanti finché le persone si sono fidate delle mie mani.  Non dico che non mi abbia fatto soffrire, ma se mi fossi arresa davanti a queste persone avrei confermato non la disabilita ma di aver perso con me stessa. Io non mi sono mai arresa, il mio lavoro lo eseguo con estrema serietà e affronto dolori fisici non indifferenti, ma non mi fermo nemmeno davanti al dolore fisico. Il mio lavoro per me è tutto, senza sarei molto triste, ho lottato per arrivare fino a qui, ho sacrificato notti e mi portavo mio figlio a tatuare con me, e continuo malgrado tante difficoltà a lottare, cercando sempre di migliorare

Quali sono le difficoltà maggiori che hai dovuto affrontare da disabile a livello socioculturale?

In venti anni di disabilità ho incontrato difficoltà soprattutto nei primi anni, probabilmente perché ero più fragile e stavo cercando di ristabilire un nuovo mondo. Erano gli sguardi delle persone e ovviamente parole come “Poverina, come fai a lavarti la testa?”, “Come fai ad andare al mare?”, oppure arrivavano a chiedermi se riuscivo ad avere rapporti sessuali! Si trattava di persone che ovviamente hanno una vita priva di sentimenti… Con il tempo ho imparato a reagire… Nel frattempo ho divorziato e ho cresciuto mio figlio da sola; ho poi incontrato un ragazzo che ha visto oltre la disabilità e mi ha fatto credere di nuovo in me stessa. Con lui non è durata tanto, ma quel tanto sufficiente a farmi dimenticare che ero disabile… un’esperienza che non dimenticherò mai. Fondamentale per me è stato anche l’incontro con il buddismo di Nichiren Daiscionin [fondatore del buddismo del sutra del loto] che mi ha aiutato a capire e a superare molti problemi, tra cui lo stalker che era diventato un incubo.

Per finire, un accenno alla questione stalker: è migliorata la situazione dopo il servizio de Le Iene?

Con questa vicenda ho scoperto il lato negativo di Facebook, quando un social è usato dalle persone sbagliate. Ho presentato ben dodici denunce, ma la legge non ha fatto nulla, nonostante abbia presentato prove di minacce alla vita mia e a quella di mio figlio. Una notte ho dovuto chiamare la polizia, perché diceva di essere sotto casa mia e che sarebbero entrato per ammazzarci. Nemmeno quello è servito… nel frattempo lo stalker continuava a perseguitarmi con insulti e chiamate, nonostante bloccassi i suoi  numeri e i profili lui continuava a farsene di nuovi. Dopo Le Iene, ha mandato messaggi ancora per tre giorni, dopo di che è sparito e per il momento non si è più fatto sentire. Mi hanno riferito che è sparito dal paese e nessuno sa più dove sia, ma siccome nelle sue minacce continuava a ripetere che sarebbe venuto a Genova io sospetto che prima o poi mi trovo la sorpresa. L’anticrimine mi ha detto che finché non mi fa del male fisicamente non possono intervenire. Mi ha tolto un anno e mezzo della mia libertà e ora è tempo di giustizia.

Lo scambio con Stefania è avvenuto durante i mesi di Novembre e Dicembre. Ad oggi lo stalker non ha più inviato minacce e Stefania, insieme alla sorella e alle altre donne che coraggiosamente avevano presentato denuncia alle autorità, può vivere una vita più serena. La sua attività di tatuatrice prosegue a gonfie e vele e da poco il figlio ha iniziato a collaborare con lei.

Chiara Bernocchi

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5 commenti

  1. Congratulazioni a Stefania per la sua forza e la sua determinazione. Sul resto della vicenda stendo un velo pietoso perchè lo stato italiano (minuscolo!!!) non impara mai dai suoi errori e nemmeno davanti a vicende tragiche smuove il suo elefantismo.

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  2. Non ho nemmeno un decimo del fegato di questa ragazza! Tanto di cappello. Circa l’idiozia della gente, quella ormai ha smesso di sorprendermi. Sull’inefficienza del sistema giudiziario, questo non fa che convincermi della mia teoria. Lo sparare a zero sui politici, che è ormai lo sport nazionale, è figlio dell’ignoranza. In Italia il vero cancro sono magistrati e giornalisti (che in democrazia sono i cani da guardia, che con la loro azione pungolante, stimolano la classe politica).

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