C’era una volta

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Con l’arrivo del  GF (Grande Freddo), delle giornate nebbiose e della neve, mi è tornato in mente un grande libro giallo, con la copertina rigida rattoppata in più parti sulla costola, che avevo da bambina. È l’unico libro che ricordo di aver sfogliato, letto e riletto da piccola nei freddi e bui pomeriggi d’inverno. S’intitolava “Le filastrocche di Nonna Oca” e altro non era, con molta probabilità, che la traduzione italiana di Mother Goose’s Melody.

Ricordo bene molti dei disegni che accompagnavano le filastrocche e rammento ancora l’inizio di una di queste:

La gallina Policarpa che abitava in una scarpa era sempre indaffarata per sfamare la nidiata: pane, burro, cioccolata, miele, mele e marmellata … l’adoravo assieme al suo disegno: un grande scarpone consunto pieno di animaletti che lo usavano come fosse un parco giochi.

Le fiabe si sa, e se ne è parlato spesso nelle pagine di questo blog, rappresentano una visione della donna stereotipata in un modello fragile, spesso sciocco, e indifeso: guardate la mia “donna”, la Gallina Policarpa…, che oltre al fatto stesso di essere una gallina (cosa non da poco!) era indaffarata nello sfamare la prole… Nessun’altra prospettiva nella sua vita!

Ma nel mio cuore di bambina, abituata a stare molto sola in casa perché ambedue i miei genitori lavoravano, la visione di quella mamma chioccia che passava le giornate a sfamare i suoi piccoli con pane, burro e marmellata, mi donava, invero, calore.

immagineVi parlo di filastrocche e fiabe, perché mi è appena tornato fra le mani un libro che s’intitola “Le fiabe delle donne”: una straordinaria raccolta, selezionata da Angela Carter, pubblicata da Mondadori nel ’92, dedicata ai differenti modi in cui la cultura popolare ha immaginato, dipinto e raccontato le donne.

Angela Carter, femminista attiva, scrittrice e giornalista inglese del ‘900, non ha scritto nessuna di queste cinquantotto fiabe; le ha solo raccolte da differenti paesi e culture: Europa, America, Antartico, Africa e Oriente.

Scrive nella prefazione: “Ho voluto piuttosto documentare la straordinaria ricchezza e varietà con cui le donne reagiscono alla stessa situazione cruciale – l’essere vive – e la ricchezza e la varietà con cui la cultura “non ufficiale” rappresenta la femminilità: le sue strategie, le sue cospirazioni, il suo duro lavoro”.

Sono fiabe bizzarre, poco note, a volte oscene e spesso neanche destinate a un pubblico di bambini; sono racconti del lato oscuro della vita.

Ma è un libro fatto di donne: coraggiose, caparbie, sciocche, belle o sfortunate. Tutte donne che si costruiscono la propria storia sovvertendo per lo più i normali ruoli sociali e talvolta “in deroga alle leggi della natura”. Sono storie che si divorano in un attimo in preda alla curiosità e alla soddisfazione di scoprirci finalmente attive, furbe, stravaganti, buone e assai cattive nello stesso tempo.

Di seguito vi riporto la fiaba della “Moglie Ingegnosa” che arriva dall’India tribale:

Una donna era così pazza d’amore per il suo amante, che gli aveva dato tutto il riso del cassone, riempiendolo poi di pula perché il marito non se ne accorgesse.

In breve fu tempo di semina e la donna capiva che non sarebbe più stato possibile ingannare il marito.

Il marito un giorno andò ad arare il suo campo, che si trovava vicino ad uno stagno. La mattina seguente la moglie andò allo stagno, si denudò e si cosparse il corpo di fango; poi i accucciò nell’erba ad aspettare. Quando vide arrivare il marito, balzò improvvisamente in piedi gridando a gran voce: — Voglio i tuoi due manzi, ma se proprio ne hai bisogno puoi darmi in cambio il riso del tuo cassone, che io riempirò di pula!…”.

L’uomo impaurito, non riconobbe la moglie e, scambiatala per una Dea, le lasciò ben volentieri il riso, convinto che i suoi due manzi fossero più importanti e non scoprì mai l’inganno della moglie.

Vorrei urlare “Geniale!” anche perché a me viene in mente tutte le volte che ho indossato un abito nuovo o un nuovo taglio di capelli senza che nessun marito-fidanzato-compagno-amante se ne sia accorto… e quindi penso che dovrei sfruttare al meglio queste sviste maschili invece di deprimermi!

Ma, per quanto l’idea che ne esce della donna-moglie in questa fiaba-novella mi rammenti molto, da brava toscana,  il Chichibio boccaccesco, leggo nella storia un’idea di furbizia, per quanto stavolta al femminile, certamente deprecabile.  Sempre per restare nel mio ambito geografico, Benigni ha detto che “la furbizia è la prostituzione dell’intelligenza”, e non posso che convenire. Però, e qui sottolineerei sta l’importanza della fiaba che chiaramente arriva da un tempo assai remoto, questa volta è una donna a essere la protagonista.

Finalmente!

 

Lunga è la foglia, stretta è la via,

dite la vostra, che ho detto la mia.

 

Martina Buzio

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