Diane Arbus: Storie dietro un flash

Una fotografia è il segreto che parla di un segreto. Più essa racconta, meno è possibile conoscere.

Un flash, il tempo di uno scatto, la tensione della luce e delle ombre tra le dita.
Immagini cariche, quasi sempre in bianco e nero, pronte ad esplodere sulla carta. Non vorresti vederle, ma ne sei attratto, ti si impigliano agli occhi.

Non puoi, non vuoi lasciarle andare.

15673016_1405529142792812_8959079444801815986_nDiane Arbus conosceva il potere della macchina fotografica.
Conosciuta principalmente per la forza perturbante dei suoi scatti, ricerca e rappresenta il diverso, il freak, colui che sta ai margini della società, che da essa è precluso, capace di suscitare disagio e inquietudine nello spettatore. Per farlo, rompe ogni legame col passato. Con un passato troppo morbido, ammalato della sua stessa immobilità.

Diane Nemerov, nasce il 14 Marzo del 1923 a New York, da una ricca famiglia ebrea di origini russe. Seconda di tre figli, cresce in un ambiente familiare che cerca ossessivamente di anestetizzare ogni suo rapporto con l’esterno, considerato troppo ‘cupo e violento’. Il suo talento artistico si manifesta precocemente, incoraggiato dal padre il quale la manda ancora dodicenne a lezione di disegno da un’illustratrice di Russek’s, tale Dorothy Thompson, che era stata allieva di George Grosz.

La grottesca denuncia dei difetti umani di questo artista, troverà terreno fertile nella fervida immaginazione della ragazza, e i suoi soggetti pittorici sono ricordati come insoliti e provocatori.
A soli 14 anni incontra Allan Arbus e se ne innamora. Quattro anni dopo lo sposa, contro il volere della famiglia e ne assume il cognome (che non cambierà nemmeno dopo il divorzio, avvenuto nel 1969). Daranno alla luce due figlie, Doon e Amy Arbus.

Diane con il marito Allan
Diane con il marito Allan

Dopo il conflitto, insieme al marito, decide di intraprendere la carriera fotografica nel campo della moda. Alla fine degli anni ’50, Diane lavora con una Nikon 35 mm. Come dirà in un’intervista anni dopo: “Dapprincipio mi piaceva la grana. Ero affascinata dal suo effetto nella stampa, perché tutti quei piccoli punti formavano un arazzo e ogni dettaglio andava letto attraverso di essi. La pelle era come l’acqua e il cielo, si aveva più a che fare con la luce e l’ombra che con carne e sangue”

Nel periodo fra il 1957 e il 1960 Diane scopre l’Hubert’s Museum, un “baraccone” situato all’angolo fra la 42^ e Broadway, dove si esibisce una serie di bizzarre figure che la donna fotograferà più volte negli anni.
Diane decide di rompere con il passato, stregata da quel mondo ‘diverso’ che fin da piccola le era stato precluso. Inizia, così, a frequentare sempre più assiduamente l’Hubert’s, instaurando con i suoi protagonisti rapporti di amicizia spesso profonda e finendo per dedicare loro gran parte del suo lavoro fotografico. Sente di doversi addentrare nella realtà marginale di New York, di doverne scoprire i lati più oscuri e nascosti e ricerca i personaggi che abitano questo sottobosco fatto di emarginazione e diversità.

È in questi anni che il rapporto con il marito si incrina. Si separano nel 1959, ma ottengono il divorzio soltanto dieci anni dopo.

Instancabile e irrequieta, nel 1960 la Arbus riesce a farsi pubblicare sei fotografie,  raccolte nel The Vertical Journey, sulla rivista Esquire. A questo segue nel 1961 The full circle su Harper’s Bazaar. I suoi soggetti rappresentano una scelta così inconsueta che vengono pubblicati solo grazie all’insistenza di Marvin Israel, suo caro amico, all’epoca art director della rivista. In quegli anni, sviluppa interesse per i campi nudisti che si trova spesso a fotografare.

Nel 1963 Diane Arbus vince la sua prima borsa di studio della Guggenheim e, nel 1965, il MOMA presenta tre fotografie della Arbus in una mostra dal titolo Acquisizioni recenti.

La reazione del pubblico non fu di indifferenza, e spesso le fotografie dovevano essere pulite dagli sputi dei visitatori. Nel 1965 la donna tiene un corso di fotografia alla Parson school of design.

La sua mostra successiva è un successo: si scontra con l’ostilità dei più, ma conquista un numero sempre maggiore di spettatori.

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A causa dei suoi lavori la sua fama coincide, suo malgrado, con l’essere considerata fotografa dei mostri. Tuttavia, per Diane, i ‘mostri’ non erano qualcosa da temere, ma qualcosa da cui sentirsi attratti, persino da amare.
Ciò che è determinante, per lei, è il rapporto con i soggetti della foto. Attraverso una complessa e mai improvvisata preparazione dei soggetti, infatti, Diane utilizza la macchina fotografica come filtro tra lei e il soggetto rappresentato: essa si pone come un apparecchio ‘duro e freddo’, rendendola distaccata e aiutandola a superare la naturale paura che il ‘diverso’ le incuterebbe senza la macchina. È, un modo, quindi per rendersi invulnerabile, per provare a se stessa di essere preparata a gestire quel mondo sempre vietatole nell’infanzia.

Tuttavia le crisi depressive di cui ha sempre sofferto si fanno più frequenti, colpa anche del successo acquisito e del conseguente carico di responsabilità che esso comportava. Fra gli ultimi soggetti della Arbus vi sono anche le prostitute e i clienti di alcuni bordelli sadomaso.
Il 26 Luglio 1971 si toglie la vita, ingerendo una massiccia dose di barbiturici e incidendosi le vene dei polsi.

Dopo la sua morte, il MOMA le dedica varie mostre e diventa la prima fotografa statunitense ad essere presentata nella Biennale di Venezia.

Nel 2006 esce Fur – Un ritratto immaginario di Diane Arbus, diretto dal regista Steven Shainberg, con la Arbus interpretata da Nicole Kidman, tratto dal romanzo di Patricia Bosworth, Diane Arbus: Una biografia.

fur

MorenaFlame 

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