Di chiacchiere fraintese e considerazioni sbagliate

Sulla Gazzetta di Parma è uscita in questi giorni la testimonianza di una studentessa che ha deciso di intervenire aiutando una ragazza vittima di molestie in un pullman. Un atto di grande coraggio se pensiamo a tutte le notizie di violenza infarcite dall’indifferenza di un passante, di un vicino di casa e via dicendo.

La storia, a parte il lieto fine, non racconta nulla di nuovo: un ragazzo e una ragazza sono seduti vicini in un pullman. Non si conoscono e iniziano a chiacchierare, le domande di lui si fanno sempre più insistenti. La ragazza infastidita si alza facendo finta di dover telefonare. Lui, non accettando il palese rifiuto, continua a dare fastidio ma questa volta utilizzando un tono e degli atteggiamenti minacciosi. Una passeggera nota che la situazione sta degenerando e che la ragazza ha paura e non sa cosa fare. Si avvicina e insieme vanno dal conducente e riescono a far scendere il ragazzo.

Nonostante il lieto fine la protagonista del gesto così nobile, si lascia andare con delle considerazioni opinabili e volte a colpevolizzare la vittima:

Ciò che mi preoccupa veramente è che una ragazza di vent’anni non abbia saputo riconoscere il limite PRIMA di averlo sorpassato. Perché ha dato tutte quelle informazioni a un ragazzo che la trovava bella? Perché, fino al punto limite che l’ha avviata alla paura, c’era in lei un certo sorriso “appagato”, quasi lusingato dalle attenzioni ricevute, proprio quel sorrisetto ingenuo e innocente, che ho osservato sin dall’inizio e che mi aveva fatto pensare che fossero amici? A mio parere, se non insegniamo alle nostre giovani ragazze, alle future donne, ad amarsi da sole, a non rincorre banali lusinghe che mascherano beceri istinti puramente sessuali, a non essere così ”credulone”, ad auto apprezzarsi…beh, non credo si possa fare un vero cambiamento”.

La colpa, a quanto pare, è della ragazza che ha dato confidenza al ragazzo, che ha sorriso, che si è sentita lusingata prima di capire di avere di fronte un folle. Non vengono fatte considerazioni volte ad esaminare gli atteggiamenti sbagliati di chi non è capace di accettare un rifiuto. Insomma, un classico esempio di ...se l’è cercata.

A questo punto le riflessioni da fare sono molteplici.

Partiamo da un presupposto: la nostra società e in un certo senso anche la nostra educazione, impongono che le donne seguano determinati comportamenti. Bisogna essere dolci, disponibili, affabili. Nel momento in cui non rispettiamo queste “regole” siamo delle stronze che se la tirano. Quando invece lo facciamo e, come nel caso in questione, succede qualcosa ce la siamo cercata. Esiste un’incoerenza di fondo volta a colpevolizzare la donna qualunque cosa accada.  Alla ragazza vengono infatti contestati tutti gli atteggiamenti che sin da piccole ci vengono imposti e richiesti. Probabilmente, se avesse ignorato il tipo qualcuno l’avrebbe apostrofata come una stronza che se la tira. Non è ammesso che una donna rifiuti un complimento, non fa parte del “gioco”.

Inoltre viene accusata di aver sorriso ad un complimento e di essersi sentita addirittura lusingata. E qui le domande sorgono spontanee: che cosa ha fatto di male? Perché è sbagliato accettare un complimento? Perché, nel momento in cui lo facciamo, ce la siamo cercata? Perché un uomo, di conseguenza, si deve sentire autorizzato a volere dell’altro? Perché accettare un complimento è sinonimo che io donna non mi amo abbastanza?

Scambiare una parola con una persona dell’altro sesso, bere insieme un caffè, sorridere ad un complimento, ecc..ecc… non rappresentano un lascia passare. Mi ritengo libera di poter chiacchierare con chiunque in un autobus, ma ciò non vuol dire che debba aver un secondo fine nei suoi confronti, o che rispondere ad una domanda voglia dire “sì, fammi tua”.

La ragazza, quando ha capito che la situazione non le piaceva, si è alzata dal suo posto. Ha  troncato la conversazione, ha cercato implicitamente di far capire che tutte quelle attenzioni non le erano più gradite. La colpa non è stata sua, del sorriso fattogli o delle chiacchiere bensì del ragazzo che non ha accettato un palese rifiuto. Il che rappresenta quasi uno standard, le cronache sono piene di storie di donne morte ammazzate a causa di un compagno incapace di accettare un no. Probabilmente la ragazza molestata avrebbe potuto allontanarsi immediatamente dal tipo e cercare aiuto al conducente anziché far finta di telefonare, ma non tutti\e sono in grado mantenere una certa lucidità quando la paura li sopraffà.

Infine, nella sua riflessione, la ragazza parla di “cambiamento”, un cambiamento che deve avvenire in noi donne, incapaci di amarci abbastanza solo perché sorridiamo ad un complimento.

A mio parere, se non insegniamo alle nostre giovani ragazze, alle future donne, ad amarsi da sole, a non rincorre banali lusinghe che mascherano beceri istinti puramente sessuali, a non essere così ”credulone”, ad auto apprezzarsi…beh, non credo si possa fare un vero cambiamento”.

Io credo che  tutte le donne debbano imparare a prescindere ad amarsi e apprezzarsi, ma ciò non implica che la loro consapevolezza le salvi da un malintenzionato.  E’ la mentalità che  deve cambiare. Bisogna iniziare a capire chi sono i veri colpevoli della violenza: non una minigonna, non un sorriso, non una chiacchiera… bensì chi perpetra la violenza e\o la molestia. Solo allora sarà possibile avere il tanto desiderato cambiamento. E per favore, non diteci come dobbiamo comportarci o come dobbiamo vestirci. E’ bello leggere il coraggio di una donna ma sarebbe ancora più bello se le vittime di molestia non venissero indicate come delle colpevoli.

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