Gisella Aschedamini: il tempo della rinascita

Esiste un tempo della scienza e un tempo della vita.

Il primo lo puoi misurare, separare analiticamente in un prima e in un dopo, lo puoi ripetere e se vuoi ritorna. Lo puoi inanellare in una collana di perle che risplende di asettica freddezza e richiama l’attenzione con un tintinnio cristallino che non conosce identità. È il tempo degli obblighi, degli appuntamenti, delle incombenze; una lingua comune che non si stanca mai di ripetersi, sempre uguale a se stessa. Il secondo, invece, è camaleontico, la sua progressione irregolare, il suo stato irripetibile ma ci sono attimi che sembrano rivivere all’infinito, che durano dentro di noi, attorcigliandosi come il filo che avvolto su se stesso forma un gomitolo.

Quando il tempo della vita ci travolge, quello della scienza diventa un’ancora che mantiene salda la nostra nave presa a schiaffi dai marosi della burrasca. Ci costringe, volenti o nolenti, a continuare ad avere punti di riferimento esterni, convenzionali, quando anche la nostra anima sembra aver perduto l’orientamento per sempre. Quanto dura l’istante che ti cambia la vita, strappandoti quello che hai… che avevi? Qual è il tempo dello schianto di un’auto contro un autotreno? Cosa succede quando il presente irrompe nella tua vita e lo senti bruciare sotto pelle?

dopo-lincidente-una-seconda-vita-gisella-candidata-a-donna-dellanno_83a33cb4-9bd5-11e3-959c-d35b8ad2458a_displayGisella non riusciva a piangere. Non l’ha fatto per due mesi: era come se quanto accaduto non la riguardasse, era diventata “altra” da se stessa, una spettatrice ai lati del palco. Quel giorno dei primi di marzo del 1995, si trovava nella Cappella dell’ospedale di Bergamo: sola, avvolta  in una pelliccia e con un paio  di lenti scure a filtrare il mondo circostante. È la messa in suffragio del dott. Gianfranco Burini (47), delle sue figlie Federica (16) e Silvia (7) e della nipote Daniela Poma (17). Cinque mesi prima lui e la sua famiglia erano diretti in Abruzzo per godersi gli ultimi giorni di vacanza prima dell’apertura delle scuole. Viaggiavano sulla Milano-Venezia, all’altezza del casello di Brescia est, quando nei pressi di Lonato Gianfranco perde il controllo della sua Audi e si schianta contro un tir fermo nella piazzola di sosta. Nessuno si salva. Tutti morti eccetto il passeggero, una donna, che siede a lato del guidatore: la cintura si è slacciata e lei è stata catapultata fuori dal veicolo. Sdraiata sul ciglio della strada, mentre riceve i primi soccorsi, i sensi non l’hanno abbandonata e distintamente ode le parole dei soccorritori: “Per l’uomo e la bambina non c’è più niente da fare. .. Per le due ragazze bisogna fare presto”. Il giorno successivo, dal suo letto di ospedale, Gisella saprà di essere l’unica sopravvissuta ad un incidente che ha spezzato la vita di un’intera famiglia.

Quel giorno di marzo, in quella stessa cappella, anche un altro uomo era giunto con largo anticipo. L’appuntamento era dei più tristi, ma Vittorio si sentiva in dovere di accogliere le tante persone accorse per esprimergli la loro vicinanza. Era lì, pronto a stringere mani, a scambiare abbracci, a rispondere con quante parole il cuore soffocato dal dolore riuscisse a calibrare. Durante la celebrazione, il prete ricorda cinque defunti: la dottoressa Romana Licini, madre di tre figli e moglie di Vittorio e il marito, le figlie e la nipote di Gisella. Se è vero che solo chi vive le tue stesse situazioni può capirti, allora solo una persona avrebbe potuto avvicinarsi a quella donna in pelliccia e trovare il coraggio, quasi l’urgenza, di accostarsi a lei senza ferirla o sembrare inopportuno.

Vittorio è un uomo d’altri tempi, di quelli dalle scelte ponderate e decise che non lasciano spazio a ripensamenti. Un vero e proprio signore che si accosta alla prescelta solo se il sentimento che nutre per lei è autentico e le intenzioni sono serie. Il suo futuro è con quella donna che ha perso tutto, ma che ha ancora un barlume di gioia negli occhi: vuole farla sentire di nuovo bene, allentare i suoi muscoli in un novello sorriso e distendere le sue mani in una seconda carezza. La loro frequentazione assomiglia a un viaggio in tandem, dove l’equilibrio perfetto nasce dalla sinergia dei due ciclisti. È un’azione combinata che richiede tenacia e altruismo, perché a volte capita che si debba pedalare anche per l’altro, finché questi non abbia modulato il proprio passo con il nostro. All’inizio è Vittorio ad infondere la velocità  necessaria ad evitare le cadute; si sforza per due e tira dritto, mentre Gisella riesce a stento a coordinare il movimento dei pedali.

Il giorno dopo il loro matrimonio, celebratosi il 18 ottobre 1997 nella chiesa di Brembate di Sopra (BG), lei confessa che se avesse potuto riportare indietro il tempo di ventiquattr’ore, gli avrebbe detto “no”, che non l’avrebbe sposato perché non era ancora pronta. Era una sopravvissuta e non si dava pace: perché lei continuava a vivere? Perché non era morta di crepacuore? Ci sono persone che si sentono morire per molto meno e allora perché lei, con un dolore così forte, non è ancora morta? Vittorio, allora, capisce di non aver fatto abbastanza per Gisella, ma sa che c’è tempo ancora per un’ultima chance: propone a sua moglie un viaggio in Bangladesh, tra chi affronta drammi quotidiani. Per lui è la realizzazione di un progetto di vita, quello che aveva con la madre dei propri figli, con la quale pianificava di donare ai più poveri le competenze mediche di cui erano in possesso, una volta andati in pensione. Per Gisella, invece, è l’inizio di una nuova vita: “Ho trovato  dolori più grande del mio e non è cosa da poco”.

dopo-lincidente-una-seconda-vita-gisella-candidata-a-donna-dellanno_3049f6fa-9c68-11e3-8d08-27b8b2332263_displayDal lontano 1997, ogni anno Gisella e Vittorio si recano in Bangladesh, dove in collaborazione con i missionari e le missionarie del P.I.M.E progettano instancabilmente nuove opere che prendono vita sotto la loro diretta supervisione. Hanno intessuto una vasta rete di adozioni a distanza per circa settecento bambini, costruito ostelli per minori dai sei ai quindici anni, eretto tre edifici scolastici: a Narikelbari per 1200 studenti, a Rajapur per 500 e a Padrishibpur per 2000, senza dimenticarsi degli alunni dei villaggi più piccoli. In aiuto delle donne sostengono due centri di ricamo a Bonpara e Moladuli dove sono impiegate circa 200 lavoratrici e promosso la costruzione di un centro di cucito all’interno di una scuola elementare nel villaggio di Desondorkati. Le donne possono, così, beneficiare di un ambiente di lavoro sano e rispettoso dei diritti umani, godendo di un’equa remunerazione e adeguata assistenza sanitaria.

In villaggi lontani dai centri abitati hanno costruito ambulatori medici dove è assicurata un’assistenza ostetrica professionale e dignitosa, in un paese dove le donne partoriscono ancora in capanne di fango e bambù prive del personale medico specializzato. In particolare, Vittorio, ex primario dell’Ospedale di Alzano Lombardo si è adoperato per aprire un reparto di maternità all’interno dell’Ospedale Saint Vincent Hospital a Dinaijpur, istruendo medici ed infermieri locali e donando alla struttura strumenti sanitari di prima necessità. Attraverso il microcredito, inoltre, hanno concesso prestiti a tassi minimi a persone che non avrebbero potuto rivolgersi a banche, consentendo alle famiglie di ottenere il denaro necessario all’acquisto di nuove macchine da cucire, di legna, sementi o da impiegare nell’allevamento di polli e pesci.

Due anni fa, Gisella è stata insignita del riconoscimento internazionale “Donna dell’Anno 2014” istituito dalla Regione Valle d’Aosta, il cui ricavato di diecimila euro è stato interamente devoluto per la ristrutturazione del centro di cucito di Bonpara e per rimpinguare le casse del microcredito.

Quando sono in Italia, Gisella e Vittorio si prodigano nel dare testimonianza della loro storia attraverso l’organizzazione di incontri nelle scuole, negli oratori e ovunque sia richiesto. Raccolgono fondi da destinare agli ultimi del Bangladesh attraverso la generosità di amici e l’allestimento di mercatini pubblici o privati dove rivendono i lavori cuciti a mano dalle donne bengalesi.

È vero: ci sono momenti irripetibili, che non tornano più e con loro anche le persone che li animavano. Esiste un tempo perduto per sempre. Ma è altrettanto vero che il nostro vissuto scorre dentro di noi come un fiume in piena: a tratti tracima, a tratti è in secca ma può anche confluire nel nostro futuro in forma di progettualità. Se dipaniamo la matassa della nostra vita, potremmo scoprire che c’è sempre un tempo per ricominciare e il più delle volte il senso, lo scopo, la forza per farlo proviene dalle ferite più profonde.

“Io– dice Vittorio-  ho trovato in Gisella lo strumento che mi ha consentito di portare avanti il programma che avevo fatto con Romana quando eravamo giovani”.

“Lui– risponde Gisella-  è l’uomo giusto per questa mia seconda vita”.

Chiara

divisore

È possibile dare un proprio contributo al lavoro svolto da Gisella e Vittorio in Bangladesh attraverso l’associazione che hanno fondato a loro nome:

Associazione Gisella e Vittorio pro-missioni ONLUS – c/o Banca di Credito Coop.vo Bergamo e Valli

IBAN IT 89 I 08869 53540 0000 0000 7996

La ricevuta del bonifico è valida ai fini fiscali

Cod.fisc. 03819130166 – per donare anche il 5% nella dichiarazione dei redditi.

divisore

Di seguito i libri autobiografici scritti da Gisella per Kolbe Edizioni:
  • Io vivo perché amo (1999)
  • Noi viviamo nell’amore e… (2000)
  • Don Nicola Ati: vi porterò tutti a Lui (2000)
  • Bangladesh, mi hai preso il cuore (2001)
  • Oltre ogni speranza (2004)

I testi sono fuori dal circuito librario. Se interessati, potete contattare direttamente Gisella all’indirizzo mail:

gisellaaschedamini@libero.it

al numero di telefono 035.222752 e al cellulare 339.5657406

oppure all’indirizzo di casa :

ASCHEDAMINI GISELLA e PELLEGRINI VITTORIO

Via Maglio del Rame 21 24124 Bergamo

 

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