Falli, non fucili

jessica-jin“Sfortunatamente, sarò ricordata come la ragazza del fallo per il resto della mia vita”. Si presenta così sulla sua pagina Facebook Jessica Jin, studentessa venticinquenne dell’Università del Texas di Austin e fondatrice della campagna Campus (Dildo) Carry. Ironica e sfrontata, Jessica ha dato inizio alla sua protesta #CocksNotGlocks nel giugno 2015, in seguito all’approvazione del Texas Senate Bill 11, meglio noto come Campus Carry Law, che a partire dal 1 agosto di quest’anno avrebbe consentito agli studenti in possesso di regolare licenza di portare con sé armi da fuoco nei luoghi pubblici delle università, come classi, biblioteche, sale studio e dormitori.

Ha creato l’evento con la volontà di strappare solo qualche risata, ma l’idea di parodiare l’eventuale proliferazione di armi nell’università con la proliferazione di falli penzolanti dagli zaini si è presto trasformata in un boomerang che è ritornato al mittente con più di 4000 adesioni. Un successo inaspettato per una manifestazione che si sarebbe tenuta più di un anno dopo.

Il giorno in cui il provvedimento è diventato attivo è coinciso con il 50° anniversario della strage di Charles Whitman, ex marine e studente della UT di Austin che dopo esser salito su una torre sparò a 13 persone e ne ferì più di 30, prima di essere ucciso a sua volta da un agente di polizia. Proprio quella torre è stato il luogo di ritrovo degli studenti che nel giorno di apertura della sessione autunnale, il 24 agosto scorso, hanno sventolato più di 4500 dildo, donati da sex shops, produttori e artisti locali. I manifestanti indossavano spille e t-shirts con stampe di galli e di famiglie felici che con disinvoltura brandiscono falli a forma di pistole: la moglie che saluta il marito mentre fa giardinaggio ne ha uno in tasca, il figlio ne ha due in mano che usa come giochi d’acqua, il cane lo preferisce all’osso, mentre il papà manager ne ha uno che fuoriesce dalla ventiquattrore.

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Il motto stampato sugli indumenti e scritto sugli striscioni è “Take it and come”, una battuta di spirito giocata sul “Come and take it” dei sostenitori della pistola in tasca.

Non fiori, quindi, ma falli contro le armi da fuoco per “combattere l’assurdità con l’assurdità”, per prendere concreta visione di quanto sia scioccante (e riprovevole) che studenti possano aggirarsi indisturbati tra le aule con un’arma da fuoco nella tasca del giubbotto, ma non con un dildo in mano, dato che i giochi erotici sono banditi per regolamento con una multa che si aggira attorno ai 500 dollari. Cosa succederebbe se al posto di colorati e divertenti falli, ci fossero per davvero armi? Indigna di più uno studente con un dildo in tasca o uno con una pistola sotto i vestiti?

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L’accoppiata donne e falli, come si può ben immaginare, è un piatto luculliano, da pulire con la scarpetta, per insulti omofobi e sessisti. C’è chi si è avvicinato ad alcune manifestanti con del lubrificante in mano, invitandole a fare un uso privato dei simboli di protesta e chi, per un fallo, vorrebbe vedere Jessica morta.

Reazioni sconsiderate, al di là di ogni immaginazione, che dimostrano quanto una semplice goliardata possa colpire dritto al tallone una società che si percepisce più (moralmente) minacciata da un giocattolo che da un’arma. Che prova più disgusto a toccare del silicone innocuo che dell’acciaio potenzialmente letale. Certo, serve a poco brandire un fallo se sei una ragazza (bianca), che si trova all’improvviso di fronte a un ladro armato (nero, giusto per tener fede agli stereotipi): farai la fine del topo. Tra i commenti divertiti al video Never met her su YouTube si legge: “Ha ha. Avrebbe dovuto stuprarla, prima”, ironizzando che il giocattolo erotico brandito dalla ragazza fosse pure di colore nero. Semplice derisione dei manifestanti o minaccia aperta? Nel video Jessica appare in un’intervista televisiva: ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

La battaglia di #CocksNotGlocks è sostenuta anche dai professori dell’università, preoccupati che  la trattazione di temi delicati possa creare pericolose tensioni in aula; ma per Ann Cvetkovich, docente di inglese, un semplice outing sarebbe già un ragionevole motivo per temere della propria incolumità. Anche gli eventi sportivi sarebbero causa di alto stress emotivo, per cui l’introduzione di armi, oltre al rischio di autolesioni o di spari accidentali, “creerebbe dei campus meno sicuri” persino per un “big second amendment guy” come William Mcraven, colui che sovrintese alle operazioni di cattura di Osama Bin Laden.

Difficile che la protesta degli studenti di Austin possa avere conseguenze legislative, ma è lodevole che un movimento nato con intenti ludici sia stato capace non solo di coinvolgere tanti giovani nella vita politica del loro Paese, ma di diventare anche una voce di riferimento nella promozione di una maggiore consapevolezza sull’uso delle armi. Secondo l’organizzazione Everytown for Gun Safety  ogni giorno 91 americani rimangono uccisi da colpi di arma da fuoco, mentre il sito del Gun Violence Archive (GVA) ha registrato più di quaranta sparatorie e trenta morti nel solo mese di Agosto.

Intanto, un mini sondaggio sul profilo Twitter @CocksNotGlocks che chiede cosa sia peggio per la società, se pistole o molli falli ovunque, ci informa che più del 35% degli americani avrebbe un problema più grande con il proprio corpo che con la violenza delle armi.

Chiara

Fonti: 

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2 commenti

  1. ecco…questo la dice lunga sullo squilibrio delle persone….accettiamo pubblicamente un’arma e non un dildo….
    …ma il “fate l’amore non fate la guerra” dove cazzo è finito?
    …le fabbriche di armi non dovrebbero esistere per volontà dei legislatori e se è vera la minchiata che non si possono chiudere perchè lasceremo a casa un sacco di gente, io sono favorevole alla conversione dalla produzione di pistole a quella di falli e vagine vibranti.
    Meglio un “Magnum alla fragola” che una “Magnum al piombo”.

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