Non dire niente a nessuno

CopertinaAngela2012Un titolo esplicito, inequivocabile, che non lascia spazio ad ambiguità, ma che a contrario, evoca parole sussurrate, immagini intrise di vergogna e sensi di colpa. Nel libro inchiesta della giornalista Angela Maria Fruzzetti, “non dire niente a nessuno” è la frase che esce dalla bocca del pedofilo verso la piccola vittima, è il tappeto sotto il quale si deve nascondere l’ennesimo sopruso ai danni di una donna. Il libro si compone di più voci, testimonianze che l’autrice ha raccolto, alternate alle pagine del racconto di Adelina e Camilla, bambola e bambina, frutto della penna della giornalista.

Le voci delle donne rompono il silenzio, spalancando la porta su una realtà spesso taciuta, addirittura omessa, pensando così di potere andare avanti, di dimenticare. Ma il disagio, il dolore, la vergogna si sedimentano, e prima o poi irrompono distruggendo ogni parvenza di equilibrio.

I nomi sono di fantasia, ma i fatti accaduti sono veri, come gli sguardi che le donne che hanno subito violenza hanno rivolto alla loro ascoltatrice. C’è Laura, che a sette anni, in un giorno d’estate, in una strada di campagna come ce ne sono tante, è stata oggetto della perversione di un pedofilo, perdendo l’anima e la verginità in un casolare sconosciuto. La madre le intimò di non dire niente a nessuno, “perché se la gente avesse saputo, sarebbe stata una vergogna, un disonore”. Ed è così che il mostro ha continuato a mietere piccole vittime, e Laura crebbe, oltre che con il proprio dolore, con il senso di colpa per non aver parlato, per non averlo fermato.

Beatrice, da bambina preda delle mire oscene del vicino di casa, che ancora oggi, a trentacinque anni, non riesce ad instaurare un rapporto di fiducia con un uomo. Perché certe cose segnano, e creano una barriera verso l’altro che è molto difficile da abbattere.

Paola, che scambia per amore la violenza del suo carnefice.

Claudia, che dorme con un coltello sotto il cuscino, per proteggere se stessa e i figli da un marito violento, fino a che, dopo l’ennesimo trauma contusivo diagnosticato al pronto soccorso per percosse,  riesce ad andarsene e a denunciarlo.

Ma spesso, la giustizia non agisce come dovrebbe, e come nel caso di Martina, che addirittura si trova di fronte ad un giudice che in aula ha l’ardire di pronunciare: “Le lesioni può essersele procurata da sola, oppure causate da qualcun altro”. Già perché in Italia, spesso chi dovrebbe amministrare la giustizia nelle aule dei tribunali, tende ad “assolvere” il predatore, cercando di trovargli attenuanti, o mettendo in dubbio la parola della vittima, ovvero della donna. Se non è misoginia questa!

Racconti che arrivano al cuore, che suscitano rabbia, profondo senso di ingiustizia, ma che comunque rispecchiano la realtà in cui viviamo, in cui spesso, troppo spesso, le cronache ci riportano la notizia di donne violentate, uccise, distrutte da uomini che non hanno il coraggio di essere tali, che non sanno accettare il confronto con una donna. Da vigliacchi che non sanno accettare il rifiuto da parte di una donna perché non la considerano un essere umano ma un oggetto di loro proprietà.

E infine la storia di Camilla, che dona la voce alla sua bambola, Adelina, per denunciare alla psicologa le molestie sessuali da parte del patrigno. Una storia toccante, narrata con delicatezza, in cui Angela Maria Fruzzetti riesce a ricreare il mondo visto con gli occhi della bambina.

Angela Maria Fruzzetti
Angela Maria Fruzzetti

Un libro inchiesta che fa riflettere, scritto da una donna impegnata attivamente sul fronte della lotta alla violenza contro le donne, che ha fondato nella sua città, insieme alla sua amica Barbara Giorgi, la RAM, rete antiviolenza a Massa. L’idea, le è nata dopo il femminicidio di Sara, la ragazza arsa viva a Roma. Come afferma la stessa Angela Maria Fruzzetti:

Mi è venuta tanta rabbia, senso di impotenza, vomito, sono stata male. Non è possibile che in un Paese civile continuino ad accadere questi crimini contro le donne. Contro donne che tentano di cambiare la loro vita, che dopo secoli di annichilimento, soprusi e indifferenza,  hanno imparato anche a dire “NO”. Forse il femminismo ha insegnato anche  questo: a ribellarsi,  a riprendersi cura di se stesse, ad avere maggior autostima. La rabbia è stata tanta e  non volevo, non potevo stare ferma e zitta.”

L’iniziativa è stata un successo, ha dato luogo a una manifestazione cittadina con i drappi rossi che ha coinvolto centinaia di donne e uomini a sostegno.

Per fortuna, ci sono donne come lei.

Silvia Lorusso

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