Saluteremo il signor padrone – Il canto delle mondine

Nel medio-basso ferrarese, la terra è fertile, è una coperta lineare.
Si stende a vista d’occhio. Non un rilievo, mai due punti discontinui. È una storia d’ambra, di grano, di spighe. Di risaie, superfici liquide nelle quali cade il sole.
È il vento che soffia e che porta un canto lontano.

“Son la mondina, son la sfruttata
son la proletaria  che giammai tremò:

mi hanno uccisa, incatenata,

carcere e violenza, nulla mi fermò.”

Le mondine, o mondariso, erano lavoratrici stagionali delle risaie.
Dalla fine di aprile agli inizi di giugno, intere giornate con l’acqua fino alle ginocchia, a piedi nudi, la schiena curva per togliere le erbacce, per proteggere le piantine di riso. Un cappello a larghe tese contro il sole, gonne o pantaloncini, un fazzoletto tirato sul viso contro gli insetti.
Si trattava di un lavoro estenuante, in un ambiente estremamente umido, poco salubre. L’orario era pesante, la retribuzione delle donne di gran lunga inferiore a quella degli uomini.
Si cantava per alleviare la fatica, ma anche per restare tutte insieme, per dar vita a un’unica voce contro gli sfruttatori.

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Lo sa bene mia nonna, che nelle risaie ha iniziato a 16 anni e finito a 32. Che la sera, seduta al tavolo, si passa una mano sulle ginocchia, martoriate dai reumatismi e dice che le risaie ci son rimaste dentro, poi ride e ricorda ‘cla maledeta umidità’. Poi mi strizza l’occhio e dice: “Ma a quelli là, ci facevamo ben sentire come cantavamo bene!” e ride.

Lo racconta spesso:
“Mi alzavo presto, faceva ancora buio. Preparavo il pranzo per me, mia mamma e le mie sorelle, poi prendevamo la bicicletta e andavamo. Non avevamo la macchina, quasi nessuno ce l’aveva. A volte si moriva di caldo già all’alba.
E poi niente, erano anche dieci ore piegate nell’acqua. Era faticoso e non ti potevi fermare, se non alla pausa pranzo, perché se no rimanevi indietro. Più che altro, essendo la bassa ferrarese un ambiente così umido, ci venivano reumatismi e artriti e,  a star così curve tutto il giorno, anche mal di schiena che non ti dico. Quelli non mi sono mai passati. Ma mangiare bisognava mangiare.
Quando una donna rimaneva incinta, non c’era tempo da perdere: si stava in risaia fino a pochi giorni prima del parto previsto, a volte a che non si entrava in travaglio e si tornava già dal giorno dopo. Se no perdevi il posto.”

Mondina

A questo punto fa sempre una pausa e si guarda le mani.
“Non mi piaceva quel lavoro, a chi piaceva? Ti ammazzava. Nell’acqua delle risaie c’erano le bisce, a volte anche le nutrie e molte avevano paura, anche io avevo paura le prime volte. Se ti mordevano, te lo tenevi stretto. Quando arrivavi a casa, a volte eri così stanca che non mangiavi neanche; ti buttavi direttamente a letto. Quando ho partorito tua madre e tua zia, ho lavorato fino a poche ore prima delle doglie. Ricordo che faceva molto caldo, soltanto questo.
Non riuscivo nemmeno a cantare. Perché, sai, noi cantavamo. Ti aiutava a distrarti, a ignorare la testa che girava sotto il sole e tutto il resto. Poi c’erano anche canzoni che cantavamo apposta per far venire il nervoso ai padroni, perché non avevamo altro modo di protestare e mica potevano tappare la bocca a tutte.”

E mi viene da dire: “E lo chiami poco?”
Sì, perché le mondine di lotte ne hanno fatte e da quei canti sono nate resistenze, fuochi di svolte.
Basti pensare al periodo della Resistenza. In Emilia-Romagna, nell’aprile del 1944 nascono i primi comitati di squadra e di gruppo delle mondine di Medicina, Molinella, Baricella, Malalbergo, San Pietro in Casale e Galliera, nella bassa bolognese. In un primo momento le richieste sono finalizzate all’aumento dei salari. Poi le mondine acquisiscono via via maggiore consapevolezza riguardo all’importanza del loro ruolo e le rivendicazioni si intensificano.

Le prime a scioperare sono le mondine di Medicina tra il 19 e il 20 Maggio, ottenendo una prima vittoria, anche se ancora insufficiente. Tornano, quindi, nei campi, ma riprendono lo sciopero subito dopo, avendo scoperto che una quindicina di loro era state catturate. Non tornarono fino a che queste non furono liberate.
Il loro esempio ispira i braccianti del ravvenate che, si ribellarono agli agrari fascisti.
Il 25 Maggio mondine e braccianti si uniscono in una sola lotta, la quale non si fermò nemmeno dopo la Liberazione (della quale furono, senza dubbio, tra gli autori di principale importanza).
A Marmorta di Molinella, nel ’49, sei mondine vengono uccise durante una manifestazione: questo intensifica la lotta contadina che non si ferma fino a che mondine e braccianti non ottengono un aumento dell’indennità infortuni, la corrispondenza dell’indennità del caro-pane e prestazioni farmaceutiche per i loro familiari. Fino ad arrivare all’emanazione della legge che estendeva il sussidio e l’indennità di disoccupazione a braccianti e salariati agricoli, una delle più importanti vittorie contadine.
Certo, le condizioni di vita rimangono difficili, ma quanta strada hanno fatto quei canti!
Lo faccio notare a mia nonna e lei sorride.
Ricorda il Coro delle mondine di Porporana -una frazione di Ferrara, dove ogni anno si tiene la ‘Festa delle lucciole’– formato da due ex mondine e da quattro coriste.

Intona piano:

“Quando saremo a Reggio Emilia
al mè murus al sarà in piassa
Bella mia sei arrivata
bella mia sei arrivata
quando saremo a Reggio Emilia
al mè murus al sarà in piassa
Bella mia sei arrivata
dimmi un po’ come la va
Di salute la mi va bene

le borsette quasi vuote

e di cuor siam malcontente
d’aver tanto lavorà
Quando saremo a Reggio Emilia
i creditur i v’gnarà incuntra
Mundaris fora la bursa
ca vuruma a ves pagà!”

 

Poi ride, dice che è stonata ma che cantare fa bene e intona Saluteremo il signor padrone. Si guarda le mani rovinate e si accarezza le ginocchia malandate, ed io sento che le voglio bene.

Ad oggi le mondine in Emilia- come nel resto d’Italia- non esistono più. Sono state sostituite dai macchinari e dai diserbanti.

Ma passateci, da quelle campagne, passate vicino alle risaie. Magari verso sera, quando il cielo le infuoca.
Il vento sull’acqua canta ancora le loro voci.

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MorenaFlame

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