Le mille sfaccettature di Nymphomaniac

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Ho lasciato correre tempo prima di vederlo, dopo la bellezza struggente di Melancholia mi restava un sapore agrodolce che non avrei voluto perdere con questo lavoro successivo di Lars von Trier. Infine ho capitolato, e ho deciso di immergermi nell’atmosfera di Nymphomaniac volume 1 e volume 2, decisa a gustarmi l’ennesima provocazione del regista danese.

 Annunciato come un porno trasgressivo, teso a scandalizzare e a fare discutere come la maggioranza dei suoi film, ci troviamo di fronte all’ennesima trappola di Lars von Trier, in cui il sesso è solo uno specchietto per le allodole di fronte alla profondità dei temi trattati. In realtà con Nymphomaniac si conclude la trilogia sulla depressione che comprende i precedenti Melancholia e Anthicrist.

Denominatore comune: La ricerca dell’infelicità. Ma anche la trasgressione che dal corpo, e in questo caso la sessualità, si riversa soprattutto nel senso morale e religioso.

Donna troppo libera, donna peccatrice, donna afflitta da una sessualità patologica. Qual è il confine? Joe, interpretata da una bravisisma Charlotte Gainsbourg, definisce se stessa “ninfomane” e “pessimo essere umano”.

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La storia inizia con Joe che viene soccorsa riversa a terra, dolorante e tumefatta, dal maturo professor Seligman, il bravo attore Stellan Skarsgard. L’uomo di origine ebraica, la porterà a casa sua divenendo così il destinatario delle confidenze più intime.

In una dimensione scarna, racchiusa all’interno della spoglia camera del professore, Joe ripercorrerà gli episodi salienti della sua vita narrati in flashback, e suddivisi in cinque capitoli dalla regia di von Trier.

Nell’atmosfera teatrale del dialogo fra la ninfomane e il professore, si dipanano i vari quadri che hanno composto il percorso trasgressivo e intriso di sessualità della donna, partendo dalla perdita della verginità, alla “pesca esperta” già a partire dall’adolescenza, per soddisfare il bisogno di avere rapporti compulsivi con partner sconosciuti.

Man mano che la storia si snoda, il disordine mentale della protagonista emerge in tutta la sua delirante solitudine, fino ad arrivare all’epilogo in cui l’assenza totale di empatia la spinge ad avere come unica valvola di sfogo l’uso e l’abuso del suo corpo.

In Nymphomanic volume 2, la protagonista, in una discesa sempre più autodistruttiva, inizia una “relazione” sadomasochistica con K in cui si sottomette a vergate, flagellazioni, fustigazioni e colpi sul sedere e sui genitali. La violenza sembra la cura. Non riuscendo a provare più alcun piacere fisico, cerca di “sentire” attraverso il dolore.

Il professor Seligman le rielabora il racconto, distinguendo fra la religione d’oriente, della gioia, e la religione d’occidente, della sofferenza e della croce. Sessualità e religione, le due forze della vita di cui nessun essere umano può fare a meno, hanno in comune queste due connotazioni: gioia e dolore.

Seligman confessa candidamente di non avere alcuna vita sessuale, di non aver mai avuto alcun rapporto sessuale né con donne né con uomini.

Joe parla liberamente della sua condizione, del suo vissuto, felice di poter esprimersi senza essere giudicata e criticata dall’uomo che le sta di fronte, che con la sua capacità di ascolto e il totale disinteresse che sembra mostrare per la sessualità, le appare come un angelo.

Ma l’incanto si spezza, e la visione dell’albero storto in cui riconosce la propria essenza, spinge Joe a reagire con un ultimo atto estremo.

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Sesso e religione, un binomio che mi ha commosso nel bel film dello stesso Lars von Trier: “Le onde del destino”, con l’indimenticabile personaggio di Bess interpretato dalla splendida Emily Watson, in cui la liberazione sessuale nel sacrificio assurge addirittura a miracolo di guarigione, e che in Nymphomaniac si tinge di disperazione e solitudine, nell’impossibilità di  costruire un rapporto umano da parte di Joe.

Un film che lascia l’amaro in bocca, in cui il pregiudizio si stringe attorno alla donna peccatrice fino ad allontanarla dal posto di lavoro per la sua promiscuità sessuale, e che rivela la difficoltà di tessere rapporti umani liberi dal condizionamento e dall’imperante necessità di schematizzare e giudicare.

Silvia Lorusso

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