Sul perché Kiran Gandhi ha corso la maratona di Londra durante il ciclo, senza portare l’assorbente

Kiran Gandhi è una giovane donna di 26 anni, laureata alla Harvad Business School of Economics e batterista professionista. Negli ultimi giorni abbiamo sentito parlare di lei in quanto ha deciso di correre la maratona di Londra con il ciclo mestruale e senza assorbente.

KIRAN GANDHI
KIRAN GANDHI

Il suo gesto da molt* è stato criticato e ritenuto assurdo e privo di senso (ne ho parlato qui). In realtà, dietro a questa sua scelta, si nascondono delle motivazioni abbastanza sensate.

Kiran ha deciso di parlarne, scrivendo un suo pezzo per The Huffington Post IN.

Di seguito la traduzione presa dall’ Huffingtonpost It :

Ho scritto questo pezzo per parlare della mia partecipazione alla maratona, che ha destato tantissime attenzioni in tutto il mondo. Per correre, ho preso una decisione che mi consentisse di completare il percorso di 26,2 miglia (42,1 km). Eppure, dal momento che non si parla molto di questo naturale evento mensile, la mia decisione ha sconvolto diverse persone.

Il dibattito globale che è seguito nelle ultime settimane, ha dimostrato quanti pregiudizi ci siano ancora sul ciclo mestruale, molto più di quanto potessimo pensare. Per me, il problema insito nella nostra incapacità di parlare con sicurezza del nostro corpo, sta nel fatto che non possiamo decidere cosa sia meglio per noi. Inoltre, il cammino verso soluzioni migliori è ancora più impervio per le donne perché nessuno vuole parlarne.

Durante il secolo scorso, sono state trovate tre soluzioni concrete per aiutare le donne a gestire, in maniera comoda, il ciclo mestruale: l’assorbente interno, l’assorbente esterno e la cosiddetta coppetta mestruale. Dal momento che non abbiamo affrontato seriamente il dibattito sul nostro corpo, altri se ne se sono serviti per denigrarci.

Provate a pensare in che modo, nei paesi in via di sviluppo, le donne siano colpite dalla segretezza, dal tabù riguardo le mestruazioni. La nostra cultura impone loro di nascondere il flusso mensile, nonostante il fatto che tutte le soluzioni a cui ricorrere per gestirlo siano proibitive, a causa dei costi. Alle donne che cercano di assorbire il sangue con un pezzo di stoffa non sono sempre garantiti spazi privati a scuola o a lavoro per potersi cambiare. Il risultato? Preferiscono non andare a scuola o a lavorare perché la considerano un’alternativa migliore, di sicuro meno imbarazzante.

In India, il 10% delle ragazze vede le mestruazioni come una malattia. Secondo uno studio condotto da A.C. Nielsen e Plan International, circa il 23% delle ragazze lascia la scuola una volta raggiunta la pubertà. Milioni di loro non continueranno a studiare e questo avrà delle conseguenze dal punto di vista economico, sociale e di salute.

Il ciclo mestruale non incide solo sulla loro istruzione. A molte ragazze indiane non vengono insegnate le regole d’igiene fondamentali da seguire durante il ciclo. Secondo la piattaforma online Menstrual Hygian Day, un’alta percentuale di ragazze (dal 43 all’88%) ricorre a dei pezzi di tessuto riutilizzabile, che spesso non vengono lavati con sapone o acqua pulita. Questo può influire negativamente sulla loro capacità riproduttiva. Circa il 70% dei disturbi legati alla riproduzione in India è causato dalla scarsa igiene durante il periodo mestruale. Nelle campagne, molte donne e ragazze utilizzano materiali antigienici come vecchi stracci, gusci, foglie secche, erba, cenere, sabbia o fogli di giornale perché non possono permettersi prodotti più sicuri e igienici.

Se le donne continueranno a non prendere parte alla vita pubblica, durante il ciclo, saranno sempre svantaggiate economicamente. La segretezza impedisce un reale cambiamento, ostacolando la capacità di trovare soluzioni innovative.

Le mestruazioni non scompariranno, la nostra generazione ha il potere di condurre il dibattito su questo argomento, per mettere fine a questa stigmatizzazione. Quindi, apriamoci ad un mondo di nuove possibilità per le donne, ovunque si trovino.

Miglio 1.

La notte prima della Maratona di Londra mi è venuto il ciclo, faceva un male terribile. Sarebbe stata la mia prima maratona e ricordo ancora la mia agitazione. Avevo passato un intero anno ad allenarmi duramente, ma mai durante il ciclo.

Ho valutato le mie opzioni. Correre 26, 2 miglia con un pezzo di cotone incastrato tra le gambe mi sembrava assurdo. Inoltre, sembra che le irritazioni possono rivelarsi una vera spina nel fianco. Non sapevo cosa fare. Ma sapevo di essere fortunata a potermi permettere gli assorbenti ed a far parte di una società che, almeno, tratta l’argomento “ciclo” con una certa normalità. Avrei potuto scegliere di partecipare sacrificando la comodità e affrontarla con calma.

Ma poi ho pensato…

Se c’è una persona che la società non può insultare, è un maratoneta. Non puoi dire ad un corridore di darsi una pulita o di dare la priorità agli altri. Avrei potuto decidere di partecipare o meno alla maratona, in quello stato di “imbarazzo”.

Ho deciso di prendere del Midol, sperando di non avere crampi, di sanguinare liberamente e di correre, semplice.

Una maratona, di per sé, è già un atto simbolico, che esiste da secoli. Perché non utilizzarla come un mezzo per fare luce sulla condizione di tutte le mie simili, di tutte le mie sorelle che non hanno accesso agli assorbenti e che, nonostante i crampi ed il dolore, devono nascondersi come se il ciclo non esistesse?

Miglio 6.

Ho corso la maratona insieme a due donne a me molto vicine, Ana e Mere. Entrambe avevano già partecipato ad eventi simili. Ho pensato che, di sicuro, ci saremmo separate, ma al sesto miglio (10 chilometri) erano ancora con me, lì al mio fianco. Mi hanno ispirata. Mentre correvo, pensavo al modo in cui uomini e donne sono stati abituati a fingere che il ciclo non esista. Oscurando la questione, la società ci impedisce di essere solidali su un’esperienza che accomuna, ogni mese, il 50% della popolazione mondiale.

Vista la difficoltà nell’affrontare l’argomento, non riusciamo ad esprimere il nostro dolore, ad esempio sul luogo di lavoro. Certe differenze tra donne e uomini dovrebbero essere accettate, ma non lo sono. È tutto taciuto, le donne sono portate a pensare che non dovrebbero lamentarsi o parlare delle loro normali funzioni corporee, perché devono rimanere nascoste. E, dal momento che sono celate, vengono considerate “cosa di poco conto”. Perché è così importante, invece? Perché è una cosa che succede, che esiste, proprio ora, in ogni parte del mondo.

E così, ho iniziato a sanguinare, liberamente.

Miglio 9.

A questo punto (14 km), ero immersa nei miei pensieri e cercavo di capire se fossi:

  1. Una pazza che avrebbe dovuto darsi una calmata e cercare un dannato assorbente (qualcuno mi ha raggiunto e, guardandomi con un’espressione di disgusto, mi ha detto sottovoce che avevo il ciclo. Dentro di me ho pensato “Wow… non ne avevo idea!)
  2. Una fantastica donna emancipata che ama il suo corpo, che stava correndo una maratona e che non voleva sentirsi oppressa, almeno per quel giorno.

Arrivata al nono miglio ho visto mio padre e mio fratello. Erano meravigliosi, sorridevano, urlavano, mi incitavano. Ho cercato goffamente di tirarmi la maglia giù fino alle ginocchia, così che non vedessero il sangue. Ma, mentre mi avvicinavo, ho capito che volevano solo gridare, abbracciarmi e farmi delle foto per festeggiare insieme. Erano così in sintonia con me. In quel momento si respirava amore. Ho capito che a loro del mio ciclo non importava nulla.

I due uomini più importanti della mia vita erano lì, a sostenere il femminismo.

Anche la mamma e la sorella di Ana erano lì, urlavano, alzando i loro adorabili striscioni per tutta la gara. Vederle ci è stato di grande supporto, ci ha fatto sentire parte di qualcosa di epico. Le nostre famiglie hanno fatto sì che la nostra scelta di partecipare a questa folle maratona sembrasse la più giusta.

Miglio 13,1.

A metà strada (21 km). C’erano altri intorno a noi alle prese con le più svariate difficoltà: chi correva scalzo, chi cantando il karaoke, chi portando uno zaino di 18 chili. Un ragazzo correva nei panni di Gesù, portando un’enorme croce sulle spalle!

Tutti correvano per un loro scopo personale, per la loro missione. All’improvviso, affrontare la maratona con il ciclo mi sembrava una cosa perfettamente appropriata.

Ai lati del percorso c’era tantissima gente e, forse per colpa della stanchezza e del delirio generale, ogni cartello che leggevo mi sembrava super divertente. Li adoravo.

Miglio 18.5

Dicono che, raggiunti i 30 chilometri, si arrivi al limite, quindi cercavo di concentrarmi sulla tappa successiva. La prima era stata arrivare al miglio 6, poi al nono per vedere la mia famiglia, poi a metà maratona, proprio sotto il ponte, poi al trentesimo chilometro, dove abbiamo visto il cartello che ricordava la cura contro il cancro al seno (si trattava di una maratona di beneficenza, a favore della ricerca sul cancro al seno). Poi, lo sforzo finale fino al miglio 26,2. Ricordo che pensavo: “Il mio corpo ce la sta mettendo tutta. Il corpo femminile è incredibile. Non ci siamo fermate un attimo, dobbiamo finire alla grande.

Il traguardo.

La Maratona di Londra 2015 era tutto per me. Mi sono allenata per un anno e, quando finalmente è arrivato il momento, è stato semplicemente epico. Abbiamo corso anche per le donne che devono nascondere il proprio ciclo, per le donne che non possono partecipare ad eventi atletici. Abbiamo corso per le donne che hanno sofferto per i crampi al lavoro e per le donne che hanno sconfitto il cancro al seno.

Siamo state come sorelle, abbiamo corso fianco a fianco, raggiungendo il traguardo mano nella mano.

Oggi, ripenso a quello che ho fatto per combattere il dolore che provavo durante la maratona. Mi sono appellata al bisogno di trasmettere positività, all’importanza di lavorare come una squadra e non solo per sé stessi. Penso alla necessità di stabilire degli obiettivi e perseguirli. Penso al dolore, alla paura, a come ci si sente quando li sconfiggi. Penso al femminismo, ad una percezione positiva del nostro corpo, a quanto sia importante avere le ovaie (e non le palle) di mettere in pratica i propri propositi.

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