Correre senza assorbente contro lo stigma delle mestruazioni

Kiran Gandhi è una giovane donna di 26 anni, laureata alla Harvad Business School of Economics e batterista professionista. Durante la scorsa maratona di Londra ha scelto, pur avendo le mestruazioni, di correre l’intera gara senza assorbente.

Kiran Gandhi
Kiran Gandhi

In principio il progetto di Kiran era di correre la maratona per l’associazione Breast Cancer Care, per la quale ha raccolto circa 5000 euro, ma, in seguito all’arrivo delle mestruazioni la sera prima dell’evento, ha deciso di scendere in pista anche contro i pregiudizi e le discriminazioni relative al ciclo mestruale, percorrendo i suoi chilometri  al motto di “Esistono, e le donne devono affrontarle ogni mese”.La scelta non era premeditata ma è stata presa con l’intenzione di combattere il fatto che le donne si sentano “stigmatizzate” ogni volta che hanno le mestruazioni, e di mostrare un segno di solidarietà verso chi soffre di mestruazioni particolarmente dolorose ma che in quei giorni va avanti lo stesso come se niente fosse.

Un gesto eclatante e di impatto che ha raccolto sui social una serie di commenti negativi da parte di persone (ahimè, il 90% donne) che l’hanno ridicolizzata sminuendo la sua protesta, a detta di molti, incomprensibile:

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In fondo, bastava approfondire, leggendo con maggiore attenzione, le motivazioni del suo gesto. Kiran infatti scrive:

“Ho pensato che se c’è un gruppo di persone a cui la società non darà mai fastidio, questi sono i maratoneti. Se c’è un modo di superare le oppressioni, è di correre una maratona nella maniera che si preferisce. Nella maratona il sessismo può essere vinto. Lì il fatto che una donna abbia le mestruazioni non è rilevante e le donne possono riscrivere le regole come preferiscono. Lì il comfort di una donna si impone su quello dell’osservatore. Ho corso con il sangue che scendeva lungo le cosce per tutte le sorelle che non hanno accesso agli assorbenti e per quelle che, nonostante crampi e dolori, nascondono il loro disagio come se non esistesse. Ho corso per dire: esiste, e lo superiamo ogni giorno”.

Le motivazioni di Kiran non sono poi così assurde, purtroppo non tutte possono comperare un pacco di assorbenti e il Vice, giornale inglese, nel mese di gennaio ha portato alla luce, tramite un lungo articolo correlato da numerosi studi e indagini, un quadro fatto di storie di donne senza fissa dimora che mensilmente devono scegliere se mangiare o tutelare la propria igiene personale; E, nel caso in cui un pacco di assorbenti diventi un lontano miraggio, sono costrette ad arrangiarsi come si può.

“Non riesco a capire perché gli assorbenti non siano gratis,” dice Ava, una senzatetto di 25 anni. “Se il governo ci offre disinfettanti e altri medicinali, perché non possono darci i soldi per comprare prodotti per l’igiene femminile?” E più ti fai questa domanda, da donna, più ti sembra assurdo che sia così.

Forse i servizi per i senzatetto sono troppo concentrati sugli uomini per prendere in considerazione l’idea di fornire gli assorbenti. In uno studio del St. Mungo’s Hospital sulla condizione delle donne senza fissa dimora, si legge: “Spesso i servizi di assistenza non riescono a soddisfare i bisogni primari delle donne. Aspettarsi che le donne si adeguino a servizi pensati per gli uomini non è abbastanza. Chi fornisce questi servizi deve prendere in considerazione i bisogni specifici delle donne.”

Il 27 marzo scorso, è stata lanciata la campagna “The Homeless Period”, per chiedere al governo inglese di distribuire nei centri di assistenza pacchetti di assorbenti, così come vengono già dispensati i preservati. Tantissimi sono stati i cittadini inglesi, donne e uomini, che hanno deciso di firmare la petizione.

La campagna, oltre ad aver stimolato le persone a donare pacchetti di assorbenti e tamponi ai centri di ricovero e rifugio per i senza tetto, cerca di fare un importante passo avanti rendendo l’igiene intima parte del sistema sanitario e, di conseguenza, garantendo l’accesso gratuito ai relativi prodotti previa ricetta medica. È stato calcolato che in media ogni donna trascorre 3.000 giorni della sua vita con il ciclo mestruale: un numero che più di ogni altro dato racconta quanto sia importante e incisivo sulla qualità di vita e sul rispetto di sé il poter vivere serenamente e dignitosamente una parte essenziale e del tutto naturale della propria femminilità.

Qui e qui trovate gli articoli che indagano sulla situazione nel Regno Unito.

Purtroppo, per quanto diciamo di essere evoluti, il sangue mestruale è ancora considerato un tabù. Basti pensare ai tanti miti e leggende legate al ciclo mestruale, agli standard della comunità applicate all’interno dei social network che in passato hanno censurato delle foto dove comparivano dei pantaloncini macchiati di sangue (della vicenda di Rupi Kaur  ne parlai qui) e agli infiniti stereotipi associati alle donne mestruate e ai dolori che accompagnano questo periodo.

Le pubblicità ridicolizzano il dolore mestruale facendoci apparire come nevrasteniche, sciatte e insopportabili:

L’uomo in tutto questo è disegnato come una povera vittima che o scappa o deve cercare di trovare un modo per calmare l’indomabile e iraconda mestruata di turno.

Spesso, la sindrome mestruale è dolorosissima e debilitante, ma nonostante ciò bisogna far finta di niente e cercare di sembrare calme e affabili per evitare le solite battutine canzonatorie che spesso vengono fatte anche quando il ciclo non si ha: “Sei nervosa? Hai le tue cose?”

Il gesto di Karin, per quanto possa a molti sembrare insensato e megalomane, in realtà è ricco di significati e soprattutto, le reazioni e le critiche negative che ha generato, fanno capire come il ciclo mestruale  non è considerato come un normale episodio fisiologico in quanto è ancora visto come un qualcosa di vergognoso e impuro.

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