Matriarcato vs Patriarcato: Medea di Christa Wolf

Christa Wolf (nata Christa Ihnlfeld) è una scrittrice tedesca, nota al pubblico soprattutto per il suo romanzo del 1963 Der geteilte Himmel (Il cielo diviso), anche grazie alla trasposizione cinematografica di Konrad Wolf.

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Socialista convinta fu molto attiva nella vita sociale e politica della DDR e questo ha portato a non poche controversie dopo la riunificazione tedesca.

L’opera di cui vorrei scrivere è “Medea. Stimmen” (Medea, voci), in cui l’autrice, attraverso le voci di sei personaggi, ci porta una lettura del mito greco ben diversa da quella universalmente nota di Euripide in cui la donna di Colchide (società matriarcale) viene presentata come la donna-maga che ha ucciso i propri figli. Nella versione euripidea a far scaturire la “follia” di Medea è il tradimento del marito Giasone che l’avrebbe lasciata per sposare la figlia del re di Corinto Glauce. Medea, all’inizio con anche il supporto del coro delle donne Corinzie dato che l’abbandono del “letto” nell’antica Grecia significava la perdita di tutto essendo la donna considerata solo in quanto proprietà di un uomo, arriva ad uccidere non solo Glauce ed il padre, ma anche i figli avuti da Giasone perdendo così anche l’appoggio delle donne corinzie in quanto l’offesa, a questo punto, è troppo superiore rispetto al danno subito.

Nelle versioni successive di Medea, partendo da Seneca ed arrivando fino ad autori contemporanei come Pasolini, la storia si svolge sulla falsa riga di Euripide: la protagonista viene rappresentata come una furia distruttrice, almeno fino alla versione di Christa Wolf

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L’autrice tedesca ha deciso di “riscoprire”le origini del mito ripercorrendo le fonti pre-euripidee per la sua riscrittura. Anzitutto la Wolf toglie ogni tratto demoniaco dal personaggio principale: Medea non è più una strega, ma una donna che porta con sé la saggezza della conoscenza della natura ed il “bagaglio” della società matriarcale da cui proviene, libera ed orgogliosa. I corinzi la temono in quanto mette in crisi le loro credenze ed è proprio a causa di questa paura che Medea viene incolpata di tutti i crimini quando invece è innocente: non ha ucciso Apsristo in quanto il ragazzo è stato ucciso dal padre (come ne “Le Colchidi” di Sofocle), non ha ucciso Glauce né tantomeno ha ucciso i propri figli: i corinzi li hanno lapidati facendo in modo che la colpa del delitto cadesse sulla madre. Per l’autrice Medea non poteva averli uccisi in quanto donna saggia e depositaria di conoscenze antiche e proveniente da un tempo e da una civiltà come quella matriarcale di Colchide, in cui i figli erano considerati il bene più prezioso. 

Con Medea l’autrice si è accostata per la seconda volta alla figura femminile nell’antichità grazie alla scrittura di “Cassandra” ad inizio degli anni 50 del secolo scorso. Cassandra e Medea appartengono entrambe ad un’epoca in cui non esisteva la scrittura,ma i miti venivano tramandati oralmente per poi essere rielaborati successivamente da narratori che, fra le varie versioni del mito, ne sceglievano ed elabora vano una in base alle loro motivazioni ideologiche, artistiche o politiche.

La Wolf conosceva bene la storia greca ed il contesto da cui arrivano Cassandra e Medea e quando decise di scrivere su quest’ultima ricevette un aiuto inaspettato grazie ad un articolo inviatole da Margot Schmidt, che lo aveva scritto per il Lexicon Iconograficum Mythologiae Classicae in cui si evinceva ad imputare a Medea l’uccisione dei figli era stato per primo Euripide. L’operazione fatt
a dall’autrice a mio avviso è così importante proprio perché ci riporta alle origini del mito (non con una ricostruzione “scientifica”, ma sempre da letterata che però ben conosce il contesto) ed ha in qualche modo riabilitato una figura femminile, proveniente da una società matriarcale, demonizzata dalla società patriarcale. Medea era un antica divinità successivamente “degradata” (come molte divinità femminili) e trasferita tra i mortali come guaritrice cheesercita arti benefiche (non è un caso che la radice del suo nome *med sia, la stessa di “medicina”). In seguito alla versione di Euripide il nome di Medea è diventato sinonimo di furia demoniaca e questo è un esempio del sovvertimento dei valori concomitante al formarsi delle nostre società arcaiche: quando i greci conquistarono le terre attorno al Mediterraneo si impossessarono anche dei loro miti e delle loro leggende e le riplasmarono a loro uso reinterpretandole e conservandole nella storia della loro gerarchia sociale che, come dice la stessa autrice in un’intervista, “si sviluppava sempre più tenacemente, i rapporti di proprietà si andavano sempre più consolidando e le categorie filosofiche e morali che erano urgentemente necessarie a tal fine, mentre il patriarcato che anche grazie a ciò dominava sempre più incontrastato
Così come il dono della profezia che un tempo era prerogativa femminile era diventato il potere di un dio maschio (Apollo, che a seguito del rifiuto di Cassandra le concede il dono ma con la clausola che nessuno le avrebbe mai creduto, rendendola così subalterna alla divinità maschile), così Medea, riscritta in epoca patriarcale, da divinità potente e benefica diventa simbolo del male e della follia, come è toccato a tante donne della cultura classica e cristiana. In questo senso possiamo dire che la riscrittura della Wolf ha il pregio di ricordarci che la storia a noi giunta tramite Euripide non è la “verità” del mito, ma solo una versione fra le tante a noi giunta tramite un poeta inserito in un certo tipo di società.

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Abbiamo visto un’autrice donna che ha fortemente voluto “riabilitare” una donna dalle nebbie dell’oblio patriarcale, tendendole le mani dal XX secolo fino alla preistoria ed è quello che ho amato nel leggere questo libro (dentro al quale si può leggere anche la storia della riunificazione tedesca, che però non commenterò in questa sede). Mentre cercavo di immaginare quello che stava provando l’autrice quando riscopriva il mito “originario”, interrogando la “Musa” per poter raccontare la sua storia, dando voce alla storia delle donne, delle madri, cancellata dalla visione patriarcale del mito mi è venuto spontaneo pensare a quante figure femminili siano state demonizzate per poter mantenere lo status quo, ossia il potere degli uomini nella nostra società a partire da Eva in poi.

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In qualche modo i “media” del tempo hanno potuto influenzare la società, o quanto meno rappresentare il pensiero dominante (non va sottovalutato il ruolo del teatro greco nel sentire della società del tempo). Però se da un certo punto di vista ora c’è la distanza storica nei confronti del mito di Medea, nei confronti dell’antico testamento in cui sono stati pure fatti tanti errori di traduzione più o meno volute, non è altrettanto facile fare un’analisi delle figure femminili che vengono giornalmente somministrate a noi e soprattutto ai nostri figli anche grazie ai nuovi media. In certi casi però anche la lettura (o rilettura) di antichi miti può aiutare le nostre menti a restare attive e a ragionare su tanti argomenti di attualità.

Bibliografia:
C. Wolf: Medea, Stimmen ed. Luchterhand
Euripide: Medea, ed. Bur
Autori vari, Prospettive su Crista wolf. Dalle sponde del mito, a cura di Giulio Schiavoni ed. Angeli

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