Siamo tutte Malala

A 17 anni si hanno gli occhi grandi. Guardano tutto, si bruciano di mondo, vedono.
A 17 anni si ha la voce salda, ancorata ai polmoni.
A 17 anni si può anche vincere un Nobel per la Pace.
È il caso della giovanissima Malala Yousafzai, studentessa ed attivista pakistana, da anni bandiera della lotta per il diritto allo studio, voce contro ogni tipo di violenza e autrice del libro ‘Io sono Malala’.
Lei, che, all’età di tredici anni ha deciso che aveva il diritto di sognare.
Contro il regime dei talebani, che volevano zittire e segregare le donne di Mingora -città natale della ragazza-, precludendo loro il libero accesso all’istruzione, la sua voce è forte e chiara.
Nel 2009, Malala apre un blog per la BBC, in cui racconta la difficile storia della sua regione, durante la battaglia dello Swat.
Documentando e denunciando le violenze di cui ogni giorno è testimone, diventa presto celebre. E scomoda.
È il 9 Ottobre del 2012. Un miliziano dei talebani entra sul bus che la sta riportando a casa.
Infila i gomiti nelle costole della gente, per farsi largo, chiede: “Chi è Malala?”
I proiettili sono freddi, precisi. La colpiscono al collo e alla testa.
Inizia una corsa contro il tempo.
Viene curata dapprima a Peshawar, mentre il portavoce dei talebani pakistani Ihsanullah Ihsan, rivendica la responsabilità dell’attentato, affermando che la ragazza è ‘simbolo degli infedeli e dell’oscenità’. Le sue condizioni sono gravi, ma l’equipe medica riesce a salvarla.
In seguito trasferita in un ospedale di Birmingham che si offre di curarla, è dimessa solo nel Febbraio 2013. E subito riprende in mano la sua lotta.
Da allora, il suo impegno per un’istruzione paritaria, libera da ogni differenza di genere, si è fatto sempre più forte e maturo.
E non manca nemmeno quando, a chilometri e chilometri di distanza dalla sua Mingora, precisamente nello stato del Borno, in Nigeria, centinaia di giovani studentesse vengono rapite dai membri del gruppo fondamentalista Boko Haram.
Nemmeno quando, attraverso un video di circa 57 minuti il capo dei suddetti, Abubakar Shekau, afferma che le ragazze saranno vendute come schiave al mercato e definendo l’istruzione femminile ‘un peccato da sradicare’.
La risposta di Malala è subitanea.
La ragazza lancia via Twitter la famosa campagna #bringbackourgirls, che raccoglie presto milioni di consensi in tutto il mondo.
Ribadisce, ancora una volta l’importanza di una cultura libera dalla violenza, la fine di ogni regime di ignoranza e paura. E lo fa guardando avanti, senza tremare, forte dei suoi sogni liberati.

malala1

Perché sì, è difficile rendersene conto, ma l’istruzione fa paura. Ma a chi? Perché?
Non c’è bisogno di ripeterselo, ormai è noto: l’istruzione fa paura a chi vuole controllare. L’istruzione fa paura perché offre strumenti critici di giudizio della realtà. L’istruzione fa paura perché dà coraggio. L’istruzione fa paura perché è l’anticamera della Libertà.
L’istruzione ha imparato a dire: “Basta!”
E basta sì.
Perché ‘i talebani pensavano che i proiettili ci avrebbero messe a tacere, ma hanno fallito.’
Perché ‘anzi, dal silenzio sono spuntate migliaia di voci.
Perché Malala parla tutte le lingue, ha milioni di nomi. Malala sono gli occhi che si aprono di colpo in mezzo al buio, le labbra che fremono quando le parole rinascono dalla cenere, i capelli pazzi al vento. Malala è una bambina, una ragazza, una donna che non ci sta. Malala siamo tutte noi.
Unendoci alla soddisfazione per la vittoria del Nobel, non possiamo che continuare, insieme a lei, a chiedere la liberazione delle giovani studentesse nigeriane.
Di tutti i sogni rubati.
Dei loro 14, 15, 16 anni in catene.
La liberazione della Libertà.

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