#genitorifuoridaglistereotipi: uno sguardo alla maternità e alla paternità nel quotidiano

Abbiamo pensato che potesse essere divertente (e anche interessante) raccontare un’esperienza di maternità e paternità nel quotidiano, senza farla tanto lunga, senza numeri, senza la pretesa di farne una serie di articoli, ma semplicemente quella di una raccolta di racconti in prima persona allo scopo di togliere un po’ di dosso a questo stato comune tra le persone, i misticismi che lo ricoprono da un parte e gli eccessi che lo stravolgono dall’altra, entrambi colpevoli di nasconderne e soffocarne l’aspetto vorrei dire “normale”, nel senso di consueto, di qualcosa che fa parte della vita di tutti i giorni, senza diventare né obiettivo da raggiungere, né contrarietà da evitare.

Apro questa serie di piccoli racconti, che spero vorrete anche voi contribuire a popolare, con qualche prodezza della mia secondogenita, che scrivo ogni tanto su Facebook per rendere partecipi almeno un pochino la mia famiglia e le persone che mi sono care della nostra vita lontani da loro.

Prologo: mia figlia ha poco più di due anni e mezzo e va all’asilo, mentre suo fratello maggiore, che di anni ne ha quattro e mezzo, frequenta la scuola primaria. Nelle mie peregrinazioni tra Olanda e Italia, tengo il più possibile libero il venerdì. Il venerdì di regola non viaggio e mio marito torna a casa presto perché il bimbo grande non ha il doposcuola e io tengo la piccola a casa con me tutto il giorno. Qui all’asilo e al doposcuola si possono stabilire i giorni, le mezze giornate o le giornate di 3/4 in cui un bambino va, pagando in effetti solo per quei giorni: non è strano vedere bambini che vanno all’asilo il lunedì, il martedì e il giovedì mattina, piuttosto che al doposcuola il lunedì, martedì, venerdì. Dipende dagli orari di lavoro dei genitori. Ma torniamo ai nostri venerdì: in questo modo il weekend é  un po’ più rilassato, liberandoci da qualche commissione perché è il giorno in cui i negozi tengono aperto fino alle dieci di sera, la banca fino alle otto e i supermercati sono ben forniti nei banchi del fresco in vista del fine settimana, e passiamo un po’ più tempo con la nostra prole.

Questo non significa che il venerdì sia un giorno di vacanza: mio marito porta il figlio grande a scuola in bicicletta, poi va in ufficio e ci rimane almeno fino alle tre, salvo incidenti. Io sono a casa con la figlia piccola – che ovviamente si sveglia all’alba anche se potrebbe andare avanti a dormire e anche se tutti i giorni dal lunedì al giovedì si lamenta perché vorrebbe stare a letto – ma ho il telefono del lavoro acceso, rispondo alle mail che mi arrivano, gestisco sempre qualche pasticcio e qualche emergenza del venerdì, che sembra sempre che se non le risolvi di venerdì casca il mondo… e nel mezzo un po’ gioco e un po’ mi trascino la figlia per casa e la coinvolgo nelle attività casalinghe. Devo dire tra l’altro che nelle faccende di casa mio figlio mi ha sempre dato più soddisfazione: a lui piace aiutare in cucina, passare l’aspirapolvere e lo swiffer, a lei nulla di nulla: al massimo gioca con le mollette dello stendibiancheria (e regolarmente le smonta).

La particolarità della mia bambina è che è molto indipendente e silenziosa: si mette lì e fa cose per i fatti suoi, mi interpella ogni tanto perché vuole mostrarmi qualcosa o perché vuole da me qualcosa che non riesce a prendere da sola (tipo il bidone che contiene pongo e formine o il vassoio dei dolcigni che è al sicuro in cima al frigorifero), ma in generale mi permette di lavoricchiare qualche ora di prima mattina, mentre dopo pranzo si posiziona saldamente in braccio e mi rende le cose un bel più più complicate.

Sicché durante la mattinata, un po’ lavoro sul mio portatile, un po’ sto al telefono e un po’ sto con lei. Quando ricevo una telefonata da un esterno e so che devo stare al telefono, la lascio a guardare un cartone animato ed esco in giardino, altrimenti certamente avrà qualcosa di fondamentale e non procrastinabile da chiedermi (ricordo ancora una spettacolare telefonata con un geometra per una questione catastale e mio figlio che urlava a pieni polmoni “mammaaaaaaaaa! ho fatto la pupù!”). Il nostro soggiorno ha una portafinestra e due finestre sul giardino, su quella parete è appesa la tv (ho una storia anche sul perché la tv è finita appesa lì, ma credo si possa intuire…) e di fronte ad essa è posizionato il divano. Metto la bambina sul divano e un cartone alla tv e sbrigo la mia telefonata tenendola d’occhio dalle finestre. Questo metodo si è rivelato efficiente per un lungo periodo, anche se ultimamente ho qualche dubbio…

Ed ecco l’ultimo episodio della serie “i venerdì di mia figlia”!

Qualche giorno fa ho ricevuto una telefonata di lavoro mentre lei guardava a tutto volume Peppa Pig e per rispondere sono uscita in giardino lasciandola seduta sul divano. Al momento di rientrare mi sono accorta che la mia adorabile bambina mi aveva chiuso a chiave fuori. Sfortuna ha voluto che non avessi le chiavi in tasca, che la vicina che ha le mie chiavi non fosse a casa e che mio marito fosse ormai sulla via per recuperare il grande a scuola, con tempi troppo stretti per un passaggio da casa. Sicché ho passato 45 minuti in giardino, chiedendo a mia figlia di aprire; non ci riusciva e allora le ho chiesto di portarmi la borsa e passarmela dalla porticina del gatto: lei guardava la borsa e diceva, con le manine aperte: “non la vedo!”. La furbona ha capito che non potevo entrare e ne ha approfittato per fare cose: si è tolta le calze e si è dipinta mani e piedi con il pennarello viola, ha giocato con l’acqua del bagno, ha lasciato impronte viola sul muro, mangiato il sapone e mi prendeva anche in giro e mi faceva “shhhhhh!” col ditino dalla finestra. Il tutto di fronte a me che le urlavo di smetterla, di aprirmi, di darmi la borsa, senza calcolare che prima poi sarei entrata. E infatti alla fine sono entrata, furibonda, dopo aver passato tre quarti d’ora a tenermi la pipì, a tranquillizzare i vicini che tutto era sotto controllo, pronta a rompere un vetro con un mattone in caso di emergenza.

Non so se lei abbia imparato la lezione, visto che ancora dopo la sgridata aveva il becco di voler avere ragione, ma io l’ho imparata di certo: adesso se devo uscire, mi metto le chiavi in tasca.

Se avete voglia di partecipare a questa raccolta di racconti del quotidiano, scriveteci su bambole.diavole@gmail.com: ogni contributo sarà graditissimo!

youtube

p.s.

nelle foto: una schermata di mio marito così commentata: “questo è quello che succede quando usi il tuo account google per cercare i cartoni ai tuoi figli!”

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4 commenti

  1. Mio figlio ha poco più di due anni e mezzo e l’ho beccato zitto zitto dipingere il cane con lo yogurt al cioccolato e il cane che si lasciava fare, poi non contento ha spalmato il resto sul muro esterno di casa, una cascina tutta bianca, madre mía, che disastro! Ed era venerdì, perché pure io mi tengo libera il venerdì dal lavoro, non lo porto all’asilo e cerco di stare dietro alla casa e a lui, ahahah!!!

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  2. questa storia mi ricorda di quando il mio secondo figlio, aveva poco più di un anno, non camminava ancora ma gattonava, ci ha chiusi tutti fuori di casa, sul pianerottolo. però lui si è spaventato molto (e noi con lui, essendo la porta di ingresso e non una porta a vetri non potevamo vederci a vicenda). per fortuna mio marito aveva telefono e chiavi della macchina in tasca e così ha avvertito la baby sitter ed è andato a casa sua a prendere le chiavi. il piccolo dopo che ha capito che non riuscivamo ad entrare e che era solo in casa è rimasto fermo immobile a piangere davanti alla porta (io avevo paura che facesse qualcosa di pericoloso ma forse è proprio l’istinto di sopravvivenza che in caso di paura li induce a rimanere lì dove sono), il grande invece era con me ma ancora troppo piccolo per rendersi conto di quello che stava succedendo. io gridavo dietro alla porta “adesso papà porta le chiavi, mamma è qui” per fargli sentire che ero lì, è stata la mezz’ora più brutta della mia vita (e mi dirai, meno male, vuol dire che di cose tanto gravi non ne sono capitate fin’ora…). comunque mi piace quello che racconti dell’organizzazione scolastica in Italia. flessibilità contemporaneamente negli orari lavorativi e scolastici contemporaneamente. è proprio quello che intendo io quando dico che le istituzioni dovrebbero venire incontro alle famiglie. qui siamo ancora fermi a una scuola e un’organizzazione lavorativa che vanno bene per un modello socio-economico arretrato e patriarcale.

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    • eh, anche qui i retrogradi sono sempre in agguato: ancora lo scorso anno c’era gente che sosteneva che si ridurrebbe la spesa pubblica se le donne stessero a casa così non si darebbero più i rimborsi per gli asili! ma sì, l’organizzazione, se non altro, c’è.

      vedo che tuo figlio è stato ancora più precoce della mia! ma la mia è nella fase in cui la curiosità è più forte dell’istinto di sopravvivenza…

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