Storia di A., vittima della tratta

Ogni anno transitano attraverso l’Europa circa 500.000 ragazze a scopo di sfruttamento sessuale. Più del 50% è di origine africana. A. è una di queste. Vive in Italia da una quindicina d’anni e fa la prostituta. Anche se sarebbe più appropriato dire che viene prostituita da alcuni connazionali senza scrupoli. E’ stata spinta a partire dai suoi familiari, poverissimi, che vedevano in questa bella ragazza una risorsa da far fruttare. Le è stato fatto un rituale voodoo e lei oggi dice che i suoi genitori erano in combutta con i trafficanti che l’hanno portata fin qui. Difficile stabilire la verità: nella maggior parte dei casi, le ragazze vengono allettate con prospettive di lavoro come modelle o parrucchiere e solo rarissimamente i parenti sanno quale sia la realtà che le aspetta. L’impatto con la strada è devastante, quasi tutte cercano di ribellarsi. Vengono costrette a cedere con le botte, la violenza sessuale, le minacce di ritorsioni sui parenti rimasti in Africa e il voodoo. Anche A. all’inizio si è rifiutata, ma ha due bambini in Africa e le hanno fatto quel maledetto rituale: costringerla a battere è stato fin troppo semplice. Secondo la prospettiva distorta dei trafficanti che obbligano le ragazze a sottoporsi a rituali magici prima della partenza, a essere malvagio non sarebbe il mondo dello sfruttamento sessuale, ma la ribellione delle ragazze a esso. In questo modo riescono a incutere nelle vittime il timore di orribili disgrazie se osano opporsi ai loro aguzzini, in quanto andrebbero a sfidare -oltre agli aguzzini stessi- il temibile voodoo. Quando arrivano, tutte devono pagare un debito, che comprende le spese di viaggio, il vitto, l’alloggio, l’affitto del marciapiede sul quale battere, i vestiti…e può facilmente lievitare fino agli 80.000 euro. Quando l’ho conosciuta, A. doveva ancora pagare 35.000 euro alla sua maman. Ma arrancava. Aveva infatti sviluppato una patologia psichiatrica per la quale non assumeva nessun tipo di trattamento continuativo, e questo le causava frequenti crisi di agitazione e delirio. Nel delirio urlava di aver sconfitto il voodoo. E’ stata agganciata dai servizi sociali e le è stato trovato un posto in una comunità. Credo sia resistita poco più di sei mesi: le comunità hanno regole rigide, che sono molto difficili da accettare per chi è sfuggita alla schivitù della strada. Nessuna ha voglia di passare da una forma di controllo a un’altra. Un altro motivo di fallimento dei progetti di questo tipo è l’enorme rabbia che le ragazze hanno dentro. Sono state convinte a lasciare i loro paesi con l’inganno, e, una volta qui, sono state sottoposte a ogni tipo di brutalità. Si sentono in credito per tutte le sofferenze che hanno patito e si comportano come se ogni cosa fosse loro dovuta. Avrebbero bisogno di percorsi psicologici mirati e supervisionati da mediatrici culturali preparate, ma i fondi non bastano mai. Alcune hanno subito una sorta di lavaggio del cervello: la vita di strada ha stravolto la loro visione dei rapporti interpersonali, che concepiscono ormai solo in un’ottica mercantile. E’ molto difficile riuscire a offire loro una prospettiva appetibile: abituate a guadagnare fino a 4.000 euro al mese, fanno fatica ad accettare lavori come badanti o cameriere a meno di un quarto di quello che racimolavano come prostitute. Così molte scappano. Anche A. è scappata, parecchie volte. Riacciuffata dalla polizia. Scaricata davanti a un ospedale da non si sa nemmeno bene chi durante una delle sue crisi. Ricomparsa spontaneamente una gelida mattina di dicembre con addosso solo un sottile maglioncino di cotone. Il primo passo per uscire dal giro è ammettere, almeno con se stesse, di essere state vittime della tratta. Ma A. ancora non lo riconosce, e non si fida di nessuno. Non so nulla di lei da più di un anno.

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